Per una strana casualità, il 2017 ha visto tornare sugli schermi gli
eredi di due prodotti audiovisivi che hanno segnato e rivoluzionato,
nei decenni passati, ambiti e forme della narrazione contemporanea
con storie di repliche e di multipli, di copie e di simulacri, di
apocalissi e di mondi perduti abitati da fantasmi e da echi di
passata dignità. Se Lynch ha preso pieno possesso dell’intera
terza stagione di Twin Peaks per condurla, di proprio pugno,
verso vette di imperscrutabile visionarietà, Scott ha invece
lasciato il timone del seguito del suo film, seminale seppur
inizialmente incompreso nel 1982, al canadese Villeneuve, rimanendo
sullo sfondo come produttore, sceneggiatore e supervisore. In
entrambi i casi non si tratta di un reboot o di un remake,
ma di un vero seguito dell’originale, con personaggi e situazioni
che ricompaiono ad occupare quell’immaginario che avevano definito
cinque o sette lustri fa, ammodernandolo senza stravolgerlo,
facendolo evolvere e riprendendo un discorso soltanto sospeso nel
tempo e da esso dilatato.
Già dai primi titoli di Blade Runner 2049 -poche righe che
inaugurano la pellicola ad immagine del suo precursore- il salto
temporale di tre decenni viene colmato con il racconto della caduta
degli antichi dei e il fallimento della Tyrell Corporation (dopo
l’omicidio del suo creatore da parte di Roy Batty), il sorgere di
una nuova alba ed era, dominata da una divinità già cieca ma
onnipresente con i suoi tentacoli informatici (la Wallace Industries,
una multimedia-corporation modellata su Apple o
Microsoft), diretta da un guru sadico (il Niander Wallace di Jared
Leto) che vive in un limbo di umida oscurità tramando un futuro
semi–artificiale per un’umanità fisicamente e moralmente agli
sgoccioli.
Il contesto si fa addirittura più cupo rispetto al 2019 del primo
film, con una Los Angeles stipata di abitazioni e priva di verde, un
pianeta ormai sterile e senza altra forma di vita e in cui il
cambiamento climatico ha portato l’oceano a dover essere fermato da
alte dighe ai confini urbani. Quelle poche righe introduttive
condensano il contenuto di tre corti prodromi extra-cinematografici,
reperibili in rete, in cui si raccontano le tappe fondamentali
dell’evoluzione della mitologia del film iniziale fino alla nuova
ambientazione. In questi decenni il mondo ha sofferto di un tracollo
tecnologico ed ecologico scatenato da replicanti ribelli (i Nexus 6
originali) che hanno fatto deflagrare ordigni nucleari e condannato
il mondo all’ostile inverno dell’uomo, in larga parte
radioattivo, ben più temibile del piovoso autunno crepuscolare che
imperversava nella prima pellicola. Dopo il bando degli “androidi”
di carne, Wallace ha creato e reintrodotto in commercio (e nella
società, a contatto con gli uomini) nuovi modelli, più ubbidienti e
servili, fisicamente superiori ma privi d’iniziativa. I ricchi e i
sani umani sono altrove, su colonie meno morenti e contaminate; i
replicanti e i funzionari minori sono ancora su un pianeta la cui
vita singhiozza e soffoca per colpa di quegli uomini che lo stanno
abbandonando a un destino che loro stessi hanno scatenato. Ma per
l’evoluzione degli uomini, disperatamente avviati verso estinzione,
per il cieco visionario Wallace, serve l’ibridazione con i
replicanti.
Se, di nuovo, il punto di vista è quello del cacciatore di “lavori
di carne”, qui è ormai assodato che anche il carnefice è un loro
simile, un replicante moderno di diverso modello da quelli, antiquati
e a rischio sedizione, a cui dà la caccia. Il personaggio
interpretato da Ryan Gosling ha piena coscienza della propria natura,
a differenza del Deckard di Harrison Ford che dovrà aspettare (come
gli spettatori) il “Director’s Cut” per intuire il
proprio probabile status di replicante, anomalo e
inconsapevole, suggerito solo dai riflessi negli occhi che lo
accomunano agli animali domestici e ai domestici umani, e
dall’evocazione di ricordi probabilmente impiantati (il favoloso
unicorno). Quelle frasi introduttive, che ridefiniscono
l’ambientazione e la sua evoluzione, cancellano di fatto la prima
versione noir di Blade Runner, con la voce off e
la fuga finale in un verde altrove (rubato agli scarti di Shining),
per riportare ai montaggi successivi, con la natura di Deckard forse
palese e l’evasione della coppia verso un’ingota ma difficilmente
bucolica clandestinità.
Il nuovo protagonista, replicante privo anche di nome intero perché
ridotto alla kafkiana o dickiana lettera “K”, vive una condizione
di razzistica integrazione sociale, un apartheid effettivo in
cui, seppur vivente e senziente, in quanto umano artificiale non
dispone dei medesimi diritti dei propri creatori, di cui è evidente
lo sprezzo, più o meno mascherato. Trovandosi per caso ad indagare
sulla fuga di Deckard con la replicante Rachel e sulla possibilità
di una loro progenie, evento pressoché miracoloso, K sogna o si
illude di possedere una diversa e inedita umanità. Al contrario del
modello narrativo originale, il personaggio compie il percorso
inverso scoprendosi più umano o auspicandosi tale, mentre il film
rimane analogamente interessato alla ricerca identitaria del
protagonista e a una nuova declinazione dell’innamoramento; se
trent’anni fa il dubbio era di provare amore per un essere
artificiale, oggi K si trova nell’illusione di una diversa
accezione e approssimazione d’amore con un essere olografico, una
mera proiezione delle proprie fantasie, un costrutto che,
nell’interazione, definisce diversi parametri, privi di sostanza
corporea se non del supporto del semplice silicio, di un’intelligenza
artificiale quanto sentimentale. Tra le due pellicole, in fondo,
intercorre la stessa differenza che esiste tra i diversi tempi che le
hanno viste uscire al cinema, con l’inevitabile passaggio
dall’analogico dell’ipotetico 2019 (e degli anni 80), con un
mondo immaginario creato con porzioni di verità e intessuto di
carne, e il finzionale 2049 (e i nostri giorni), un universo quasi
esclusivamente digitale e artefatto che della verità e realtà,
anche corporea, ha soltanto l’ingannevole apparenza. È il
cyberpunk che prende il posto del retaggio modernista un po’
steampunk di Scott
L’incedere di Villeneuve, regista a proprio agio nel fantastico,
già esplorato con le sue implicazioni filosofiche in Arrival o
nell’assunto di Enemy, attento alla precisa composizione del
quadro e della resa fotografica quanto parco nei dialoghi, parte dal
pieno omaggio all’originale con una ripetizione fedele dell’incipit
del primo Blade Runner e la visita -con un viaggio su
un’automobile volante- ad un probabile replicante da sottoporre ad
un test per verificarne l’umanità.
La stratificazione dei dettagli significanti sulla superficie della
composizione dell’inquadratura, tipica di Scott e del tempo del suo
film, qui si appiana, dilatandosi in riprese e suggestioni
diversificate, con informazioni fornite sia dalle immagini che dai
dialoghi, mentre l’incedere si fa più lento e ieratico, forse
prudente nel cercare di non tradire senza necessariamente ripetere.
Rispetto alla fascinazione dell’inedito del Blade Runner
originale, con le sinuose musiche di Vangelis e l’andamento da melò
pre-apocalittico, il film di Villeneuve deve scontare il déjà-vu
e costruirsi un’identità sulle scorie, alimentando con esse una
nuova vita narrativa, replicare il film e attingere alla sua realtà
per crearsi una specifica autonomia, giostrando col noto per
preparare l’inedito e sorprendere senza scontentare.
E, in fondo, sembra quasi allegorico che la trama tragga origine da
un disseppellimento, dal ritorno alla luce di spoglie sotterrate, con
un atto di archeologia meta-narrativa che introduce al nuovo racconto
e alle sue evoluzioni, radicate in quelle fondamenta umane perdute e
nel retaggio mnemonico quasi appannato che accompagna quei residui di
vitalità. E, pur cedendo ad un’eccessiva leggibilità, che a volte
scade nella prevedibilità annunciata del twist finale, Blade
Runner 2049 esce con dignità dal confronto, alternando nostalgia
e derivazione con capacità innovativa, la ricetta di un sapore nuovo
che non tradisce il palato esigente, innesta negli spettatori inediti
ricordi coordinati ai vecchi, in un impianto armonico che imita la
filiazione diretta e una consecutio logica che eviti il
rigetto.
Il K di Gosling è abitato dall’illusione di una vita reale, segue
i passi del Deckard di Harrison Ford, sulle tracce di un ipotetico
figlio dei replicanti nascosti, sino a trovarlo (in una Las Vegas che
risente dell’impianto visivo di A.I. di Spielberg) e a
restituirgli il ruolo centrale, a poco a poco eclissandosi. Forse c’è
spazio per un ulteriore capitolo dopo il 2049, verso una nuova e
diversa umanità, auspicabilmente migliore.
Inoltre, il film si inserisce con un certa coerenza nell’evoluzione
della carriera di Ridley Scott stesso e nel suo recente recupero del
franchise Alien incentrato, ormai, sulla costruzione
dello xenomorfo da parte di un aspirante umano, l’androide David
(introdotto in Prometheus), superiore per fisico e intelletto
agli uomini tanto da volerne la distruzione o, perlomeno, il
riconoscimento della loro inferiorità costitutiva e ontologica.
David diventa così la personificazione di quella singolarità temuta
dagli scienziati e dai cultori dell’A.I. relativa al momento in cui
l’intelligenza artificiale surclassa quella umana, rendendola
relativa e trascurabile. E in quel David vi è un’eco del
ribellismo dei Nexus 6 verso gli uomini (di David esiste infatti un
modello più recente e docile, Walter, in Alien: Covenant), ma
ridotto ad un gelido calcolo, privato di quella rabbia animalesca
incarnata da Rutger Hauer che, sapendosi morente, costituiva una
consistente parte del fascino malinconico di Blade Runner. La
selvaggia replicante dalle smanie sadiche mandata da Wallace sulle
tracce di K, che si vorrebbe crasi tra Batty e le donne da battaglia
del primo film, somiglia un po’ troppo alle nemesi dei vari Jason
Bourne o Bond nei rispettivi filoni, e sembra offrire un simulacro
distorto di quell’ambizione umana che pervade, invece, gli altri
protagonisti “artificiali” del film.
Rispetto al ritorno di Twin Peaks, la ricomparsa sugli schermi
dell’universo di Ridley Scott non rappresenta un radicale
sconvolgimento di tempi e modi del racconto e una messa alla prova
della pazienza e curiosità dello spettatore, come provocatoriamente
e caparbiamente continua a fare David Lynch con l’ex-soap
investigativa, diventata abisso metafisico di pura astrazione
sardonicamente criptico. Al contrario, Villeneuve cerca un’esplicita
leggibilità del suo testo, costruisce, con rispettosa modestia,
dentro Blade Runner, un ennesimo simulacro, un clone differito
e differente che faccia avanzare la storia lasciata sospesa entro i
confini di un universo diventato, per la mera contemporaneità
dell’oggi con la finzione narrata, un’inquietante ucronia. Atari
e Pan-Am (finite nel frattempo in bancarotta) vengono addirittura
resuscitate in ossequio alle vecchie pubblicità e al product
placement del primo film, con una ret-con che corregge a
posteriori la nostra realtà mantenendo la prevalenza della distopia
di Scott, una confusione con la simulazione e un gioco che non
sarebbero dispiaciuti a Philip K. Dick.