La
vita di Reynolds Woodcock, sarto della rinomata casa londinese di
moda omonima che veste nobildonne, ricche e regnanti estere, è
basata su una rigida routine quotidiana, necessaria al suo
appagamento e alla piena realizzazione della sua vena creativa. Ed è
il perfetto cliché
dell’artista ossessivo e narcisista che ritrae Anderson, un uomo al
centro di un gineceo a lui dedicato e asservito, che non sopporta
qualsiasi novità non programmata, dedito al lavoro e alla
costruzione di opere perfette ed uniche, rabbioso se disturbato dal
turbinio dell’ispirazione e incapace di reale affetto se non per se
stesso e il suo mondo privato. Le numerose sarte operano nell’atelier
del creatore, che è la casa in cui abita, sotto l’egida della
rigida sorella Clay (casta e dal nome maschile), complice e
amministratrice di vita e di lavoro, nubile tutrice dell’ordine
familiare e professionale di un uomo ossessionato dalla figura della
madre, di cui porta la foto cucita nella fodera della giacca e per la
quale aveva confezionato in solitario l’abito delle seconde nozze,
che è anche all’origine della vocazione sartoriale.
Incapace
di non annoiarsi nella quotidianità di una relazione, Reynolds
scaccia le amanti appena si manifesta la ripetitività, deflettendo
subito il proprio interesse altrove, verso nuove fonti di
ispirazione, posando lo sguardo su un nuovo modello di donna che
possa indossare i suoi capi pregiati riempiendoli di carne più
fresca e di nuove prospettive per farli sfilare al meglio sotto i
propri occhi e quelli delle clienti. È un film di fantasie
incarnate, Il
filo nascosto,
con un immaginario femminile asservito ai desideri e ai progetti di
un demiurgo alla costante, inconfessata ricerca di un volto nuovo,
di un corpo subito riprogettato secondo il proprio volere, quindi
rigettato, con la noia che l’accompagna fuori dalla casa e dalla
vita di un artista dedito solo al monumento di sé.
Se
all’inizio domina la perfezione di una recitazione astratta di Day
Lewis, che investe un personaggio immaginario con il proprio corpo
senza i tic degli attori del metodo ma spogliandosi in esso e si
muove con la felina grazia di un levigato Cary Grant, a poco a poco
si fa largo il contrasto con la nuova fiamma, Alma, eterea nel corpo
quanto carnale negli atteggiamenti, rude nella rumorosità dei gesti
e concreta nella risolutezza con cui impone il proprio sguardo su
quel mondo recluso e regolato. Con fattezze anodine e una recitazione
sgraziata nel contesto, l’attrice lussemburghese stride come un
corpo estraneo e come tale è vissuta anche dall’ambiente
reazionario e protettivo che circonda il protagonista.
E
tutto il film si costruisce quindi nelle schermaglie, sempre meno
delicate e sempre più amorose dei due, sino ad un sardonico finale
di mutua complicità tra carnefice e vittima letterali, a ruoli
alternati e complementari, con uno a rendersi debole per soddisfare
l’altra, che poi ne asseconda le volontà egemoniche in un gioco di
precario equilibro tra violenza imposta e subita come alimento
necessario ad una libidine sublimata. Come in un moderno codice Hays,
il sesso si nasconde tra le pieghe e le allusioni del racconto, si
traspone nella sensualità del cibo e delle bevande in cui colazioni
e cene diventano preliminari di una rapporto o di una separazione,
l’impellenza si traduce in “sete” e la verità in appetiti,
variamente declinati. Non è quindi un caso che l’avvelenamento,
preludio alla ricomposizione della coppia, passi per l’ingestione,
e che esso sia prodromo di febbre e di passione, sia epifania
d’amore.
Se
l’etichetta nascosta, quel segreto inconfessabile di cui si è soli
a conoscenza, che il sarto può permettersi di infilare in un
risvolto e che rende preziosa un’opera perché personale, al di là
della sua perfezione formale e apparente, indica il senso del film,
esso risiede anche nel nascondersi all’etichetta di una società
rigida per trovare un’armonia diversa, un rapporto non canonico che
risponda ad un’intima fragilità che rende umani e vulnerabili,
quindi desiderabili. Oltre la coltre di pignoleria e rigore, Il
filo nascosto,
quel ricamo fantasma che cela qualcosa, è un’opera sulla
concretezza delle chimere, da realizzarsi nella vita e nel lavoro,
nel sesso come nell’arte, nel rigore degli abiti o in un figlio,
mai davvero inquadrato da una macchina da presa che lo lascia infine
alle cure della zia, e che forse non è che un’altra fantasticheria
della protagonista (a cui viene lasciata l’iniziativa narrativa in
un resoconto per flash-back)
e del suo desiderio di affermazione e di presa di possesso di un
mondo che non le spettava.
Perché
l’amore, nell’accezione mostrata da Anderson, sembra ricondursi
ad una reciproca dolce violenza, una immaginazione di sostegno
imperituro ad un uomo solo in apparenza forte attraverso la sua
debilitazione e la volontà di imposizione che passa attraverso
l’inganno e l’intossicazione. La sincerità del rapporto traligna
per una mutua e a volte muta dipendenza, in cui i ruoli sono in
perpetua ridefinizione per mezzo di un sadomasochismo assunto e
consapevole, un succedaneo post-vittoriano del sesso in una società
perbenista come quella inglese del dopoguerra in cui l’apparenza è
tutto e la verità disdicevole disinvoltura.
Film
compassato e formalista come il suo protagonista, Il
filo nascosto
si rivela ben presto un gioco hitchcockiano con una nuova donna a
prendere il posto della precedente, una variazione di Rebecca
in cui la prima e seconda moglie sono incarnate entrambe in Alma, la
più recente e giovane conquista dell’affascinante stilista, in un
gioco di reciproche crudeltà. In un ambiente asettico e di
inviolabile regolarità governato dalla sorella di Woodcock, replica
fedele della signora Danvers del film di Hitchcock per atteggiamento
e fisico, garante, se non della memoria di un'altra donna, della
fedeltà ai dogmi comportamentali dello stilista. E, come in quel
film, una grande casa di campagna ospita gran parte
dell’ambientazione, con una trama gotica di sadico attaccamento e
gelosia in una vertigine amorosa di perdita di se.
Ma
quando Reynolds guarda da uno spioncino, di nascosto dal pubblico, la
sfilata delle modelle in casa e la luce gli illumina l’occhio,
prima di profilo poi inquadrato frontalmente, la citazione di Psycho,
con le sue maniacali voluttà voyeuristiche, riporta ancora ad
Hitchcock. E l'avvelenamento, addirittura consensuale, non può non
far pensare al finale (alternativo, ma originale nei progetti del
regista) del Sospetto,
con la condanna consapevole della moglie da parte di un Cary Grant
seduttore (e omicida incriminato poi dalla lettera postuma di lei).
Ed è all’attore inglese, ex ginnasta circense, che i movimenti
eleganti e morbidi di Day Lewis fanno subito pensare, con la medesima
nonchalance
nell’indossare abiti formali sembrandone sempre privo. Anche i
viaggi in macchina a velocità sostenuta sembrano rimandare ancora ad
Hitchcock, con il viaggio di arrivo a Manderlay in Rebecca
o con i ritorni pericolosi dai picnic sulla Corniche
in Caccia
al ladro,
mentre nel tortuoso rapporto di coppia, fatto di reciproca violenza
tra innamorati, sembra trapelare anche Notorius.
Per non citare il manuale di trasformazione ad immagine del desiderio
che è La
donna che visse due volte,
in cui James Stewart è stilista e regista della donna che vuole
amare, indifferente all'identità reale dell’amante.
Perché,
in effetti, di una variazione su Hitchcock si tratta, e Il
filo nascosto
tutto altro non è che una biografia nascosta e inconfessata del
regista inglese. Alma era, in effetti, il nome della moglie di
Hitchcock e anche quella coppia fece il viaggio di nozze in Svizzera,
come i due protagonisti del film. E non è difficile vedere nella
maniacalità della edificazione di un mondo assolutisticamente
personale la stessa algida passione che Sir Alfred metteva nel
ricostruire le attrici e il mondo narrativo di ogni suo film, opere
d’arte talmente personali da essere all’origine della definizione
di “cinema d’autore” secondo i “Cahiers
du Cinéma”.
Se i film di Hitchcock erano frutto di una precisione ingegneristica
nell’articolazione dalla grammatica cinematografica, essi erano
anche l’espressione di una casta sessualità e di una profonda
attrazione verso il feticcio rappresentato dalle proprie
protagoniste, rimodellate su fantasie più o meno evidenti di
desiderio, violenza e sottomissione.
In
questo esercizio hitchcockiano, privo però di suspense e dell’ironia
straniante delle geometriche inquadrature del regista inglese, tutto
a lui rimanda, sin dal nome del protagonista (Woodcock) e da quello
della moglie, il cui ruolo, nella creatività del marito, era quello
di Clay, paladina dell’incolumità di una volontà artistica,
strenuo difensore di una visione personale da proteggere dalle
intemperie e dalle distrazioni del mondo reale, a dispetto delle
angherie psicologiche e dell’autoflagellazione intrinseca di un
rapporto che vedeva la seduzione proiettata altrove, verso alcove
immaginarie lontane dal talamo domestico.
Se
ben noto fu il rapporto subito conflittuale con Tippi Hedren, la più
maltrattata tra le attrici hitchcockiane (ladra violentata dal marito
in Marnie;
vittima di volatili omicidi negli Uccelli)
e non diventata diva per scelta di fuga dal maestro, l’Alma di
Anderson decide invece di restare e di resistere, di affermare il
proprio punto di vista, diventando, da vittima predestinata,
carnefice e complice. La ragazza sviluppa, secondo modalità di
sadomasochismo palesi, un rapporto di malata interdipendenza con
Reynolds, che infine sposa, esasperando l'alternanza di desiderio e
di odio in esaltazione e delirio fisico attraverso l’avvelenamento,
la malattia e il recupero delle forze, la sottomissione alternata
dell’uno all’altra nella coppia.
Da
Rebecca alla seconda moglie, Alma è sia la maligna seduttrice che
l’ingenua conquista, la vittima dell’ambiente e dall’aura
soffocante che vi regna quanto l’orgogliosa regista di una vita
autonoma, assumendo su di sè anche il ruolo di novella
pseudo-sorella, ritrasformandosi così nell’Alma di Hitchcock al
posto della Clay di Woodcock. Sulla falsariga di Max De Winter,
Reynolds si muove in un film che, come quello con Olivier, è abitato
da fantasmi (o presunti tali), dall’immagine opprimente di un’altra
donna (madre o moglie) e dalla funzione castratrice di una garante
dell’ordine (sorella o moglie). Se Rebecca
(al netto delle apparenze) era il primo film americano per il regista
inglese, Phantom
Thread
è il primo film inglese per il regista americano, ed è una
pellicola il cui filo nascosto è soprattutto lo spettro di
Hitchcock, nuovo riferimento di un autore che funziona per imitazione
variata, avvicinandosi ai propri maestri per ricalcarne modi e temi a
seconda dei tempi (Altman, Scorsese, Kubrick, ecc.) e che fa della
sgradevolezza dei personaggi e dei racconti la sua vera cifra
stilistica, il filo conduttore di un’opera articolata in modelli
differenti, come le diverse collezioni di uno stilista ossessivo e
maniacale al servizio del proprio ego artistico e narcisistico.