Secondo
capitolo del reboot sequenziale di Jurassic Park, con i
nuovi interpreti e la rilettura modernizzata dell'impianto iniziale,
Il regno distrutto riprende elementi del secondo film della
prima trilogia, l’ultimo diretto da Spielberg, con l’arrivo in
terra non confinata (la California) dei dinosauri, evidenti sin
dall’eco del titolo (Il mondo perduto) e l’avidità come
motore (la ricerca genetica finalizzata al guadagno). Si configura
così un andamento analogo ai recuperi delle vecchie saghe
cinematografiche come Star Trek e Star Wars che
rifanno, quasi alla lettera, i rispettivi capitoli con remake
non dichiarati e variazioni sul tema, secondo l’ottica seriale
applicata al cinema.
Se
nel primo film del Jurassic World si ribadiva l'organizzazione
apparentemente perfetta di un parco a tema che diventa disastro
assassino (il motivo ricorrente crichtoniano, riscontrabile anche in
Westworld) con trasformazione in survival movie con
dinamica d’azione con fuga dai diffusi pericoli, questa pellicola
inizialmente esaspera l’elemento del disaster movie, con la
distruzione della stessa iconica e archetipica Isla Nublar per
catastrofe naturale, per poi virare verso nuove frontiere narrative,
più gotiche e diversamente spielberghiane. La maggior parte
dell’azione (tutto il secondo tempo) si svolge infatti nella tenuta
del magnate finanziatore del Parco Giurassico originale, dotata di
castello ripreso quasi sempre di notte buia e tempestosa, con la
piccola orfanella costretta a vivere quasi reclusa col moribondo
nonno e accudita da una vecchia tata inquietante (Geraldine Chaplin,
già col regista in The Orphanage) mentre il mondo trama alle
sue spalle e un giovane orco mira alla incontrastata guida del regno.
Nel
contenimento dell’azione nel huis-clos della tenuta,
versione ridotta dell’hortus
conclusus dell’Isla, si
moltiplicano gli effetti horror classici, con i giochi e le
minacce nell’ombra, la tensione dell’inseguimento e la suspense
dell’appostamento, mentre l’ironia si applica alla scenografia
con gli eroi in fuga tra i modellini e nei diorama, le tipiche
vetrine allestite con scene d’epoca, relitti umano tra i reperti
antichi, o nel momentaneo rifugio nella cameretta d’infanzia,
visitata però dai mostri come in Poltergeist o nei libri di
Stephen King. Se manca la citazione più diretta e classica del
liquido scosso dall'avvicinarsi di un pachiderma, il film si fa più
intimamente spielberghiano nel trasformare in novello Indiana Jones
lo scienziato-ranger di Chris Pratt, incarnazione moderna di Harrison
Ford con l’ironia sorniona dello sguardo e l’eleganza eroica dei
gesti (sarebbe infatti stato un migliore Han Solo nel recente film,
mentre la figlia di Ron Howard sembra essersi tesa le guance, come il
film sottolinea complimentandosi per la pelle), e nel ricalibrare
l’economia del film sulla piccola Maisie Lockwood con implicito e
invetabile rimando ad A.I.,
del cui protagonista sembra
replicare sguardo e senso.
Dal
punto di vista degli effetti speciali il film è ineccepibile, con
mostri realistici e un ingente uso dell’animatronic per le scene
ravvicinate, l’evidenza delle esplosioni e dell’eruzione;
colpisce poi anche emotivamente la resa grafica dell’estinzione,
con la morte pompeiana del barosauro bruciato dalla lava e asfissiato
dai gas, così come la precedete fuga dalla morte dei sauri
superstiti con salto nel vuoto marino e l’inevitabile annegamento,
scena questa che rievoca sia Jurassic Park -branchi di corsa
attorno agli eroi- che Godzilla, con lo scontro tra animali
giganti un cui l’uomo si fa solo spettatore inerme, sullo sfondo di
un disperato spirito di sopravvivenza degli animali che l’umanità,
al contrario, sembra non valutare abbastanza al cospetto del
guadagno.
Inutilmente
spezzato in due parti e visibilmente meccanico per il richiamo ai
primi film è il cameo del teorico del caos e nichilista interpretato
da Jeff Goldblum, il quale ribadisce la preferenza per una seconda
estinzione e la scelta di non soccorrere gli animali de-estinti
dall’eruzione su Isla Nublar per evitare o almeno rimandare
l’armageddon dell’antropocene scatenabile da un momento all’altro
per l'esasperazione dello sfruttamento e della trasformazione della
natura (l’atomo, la genetica) da parte dell’uomo. Maltrattata da
una cattiva gestione narrativa, questa partecipazione rasenta il
superfluo se non racchiudesse il senso del film. Le prudenze del
matematico, infatti, si rivelano inutili e se ne confermano i timori
quando la clonazione aggredisce anche il genere umano e i dinosauri
superstiti vengono liberati in territorio americano.
Tra
tradizione, omaggi, autocitazioni, ironia e cattiveria, Bayona
compone un film volutamente classico, una favola moderna che miscela
la paura atavica del mostro estinto con il timore della morte e della
vecchiaia, la solitudine e il pericolo in agguato nel buio, il tutto
alimentato dal perveso motore dell’inestinguibile avidità umana.
Il regista spagnolo, con la sua cinefilia applicata, cerca inoltre di
spostare verso gli adulti il nucleo narrativo e, pertanto, diminuisce
la componente infantile (se si considerano quasi adulti i due
collaboratori della Howard, con caratterizzazioni di genere
volutamente invertite: lui “scream king” e lei maschiaccio
temerario), sfruttando poi le premesse del primo capitolo per
definire una personalità distinta nei dinosauri (partendo
dall’anomalia consapevole e quasi senziente di Blue) per avviare il
racconto autonomo della nuova libertà degli animali nella inedita
frontiera americana. Come confermano le inquadrature terminali (e un
sottofinale dopo i titoli, secondo la pratica Marvel), l’azione si
allargherà all’intera California con la diffusione degli
animaletti nella quotidianità periferica, rimandando,
complessivamente, alla scena su cui si concludeva il primo film
(dinosauri liberi nei luoghi disertati dagli umani); mentre un’altra
citazione tecnica da Spielberg mostra la macchina da presa che si
alza alle spalle di Blue mentre guarda un panorama suburbano degno di
E.T. o di Poltergeist come
di Super 8 o dei
Goonies: un movimento di
macchina ricorrente in molti film e tipico del regista dello Squalo
(anch’esso citato nel finale
con ignari surfisti),
a sottolineare la sorpresa e la scoperta del futuro prossimo, il
mondo giurassico esploso e scappato dal parco.