martedì 12 giugno 2018

Jurassic World: Il regno distrutto di Juan Antonio Bayona



Secondo capitolo del reboot sequenziale di Jurassic Park, con i nuovi interpreti e la rilettura modernizzata dell'impianto iniziale, Il regno distrutto riprende elementi del secondo film della prima trilogia, l’ultimo diretto da Spielberg, con l’arrivo in terra non confinata (la California) dei dinosauri, evidenti sin dall’eco del titolo (Il mondo perduto) e l’avidità come motore (la ricerca genetica finalizzata al guadagno). Si configura così un andamento analogo ai recuperi delle vecchie saghe cinematografiche come Star Trek e Star Wars che rifanno, quasi alla lettera, i rispettivi capitoli con remake non dichiarati e variazioni sul tema, secondo l’ottica seriale applicata al cinema.
Se nel primo film del Jurassic World si ribadiva l'organizzazione apparentemente perfetta di un parco a tema che diventa disastro assassino (il motivo ricorrente crichtoniano, riscontrabile anche in Westworld) con trasformazione in survival movie con dinamica d’azione con fuga dai diffusi pericoli, questa pellicola inizialmente esaspera l’elemento del disaster movie, con la distruzione della stessa iconica e archetipica Isla Nublar per catastrofe naturale, per poi virare verso nuove frontiere narrative, più gotiche e diversamente spielberghiane. La maggior parte dell’azione (tutto il secondo tempo) si svolge infatti nella tenuta del magnate finanziatore del Parco Giurassico originale, dotata di castello ripreso quasi sempre di notte buia e tempestosa, con la piccola orfanella costretta a vivere quasi reclusa col moribondo nonno e accudita da una vecchia tata inquietante (Geraldine Chaplin, già col regista in The Orphanage) mentre il mondo trama alle sue spalle e un giovane orco mira alla incontrastata guida del regno.
Nel contenimento dell’azione nel huis-clos della tenuta, versione ridotta dell’hortus conclusus dell’Isla, si moltiplicano gli effetti horror classici, con i giochi e le minacce nell’ombra, la tensione dell’inseguimento e la suspense dell’appostamento, mentre l’ironia si applica alla scenografia con gli eroi in fuga tra i modellini e nei diorama, le tipiche vetrine allestite con scene d’epoca, relitti umano tra i reperti antichi, o nel momentaneo rifugio nella cameretta d’infanzia, visitata però dai mostri come in Poltergeist o nei libri di Stephen King. Se manca la citazione più diretta e classica del liquido scosso dall'avvicinarsi di un pachiderma, il film si fa più intimamente spielberghiano nel trasformare in novello Indiana Jones lo scienziato-ranger di Chris Pratt, incarnazione moderna di Harrison Ford con l’ironia sorniona dello sguardo e l’eleganza eroica dei gesti (sarebbe infatti stato un migliore Han Solo nel recente film, mentre la figlia di Ron Howard sembra essersi tesa le guance, come il film sottolinea complimentandosi per la pelle), e nel ricalibrare l’economia del film sulla piccola Maisie Lockwood con implicito e invetabile rimando ad A.I., del cui protagonista sembra replicare sguardo e senso.
Dal punto di vista degli effetti speciali il film è ineccepibile, con mostri realistici e un ingente uso dell’animatronic per le scene ravvicinate, l’evidenza delle esplosioni e dell’eruzione; colpisce poi anche emotivamente la resa grafica dell’estinzione, con la morte pompeiana del barosauro bruciato dalla lava e asfissiato dai gas, così come la precedete fuga dalla morte dei sauri superstiti con salto nel vuoto marino e l’inevitabile annegamento, scena questa che rievoca sia Jurassic Park -branchi di corsa attorno agli eroi- che Godzilla, con lo scontro tra animali giganti un cui l’uomo si fa solo spettatore inerme, sullo sfondo di un disperato spirito di sopravvivenza degli animali che l’umanità, al contrario, sembra non valutare abbastanza al cospetto del guadagno.
Inutilmente spezzato in due parti e visibilmente meccanico per il richiamo ai primi film è il cameo del teorico del caos e nichilista interpretato da Jeff Goldblum, il quale ribadisce la preferenza per una seconda estinzione e la scelta di non soccorrere gli animali de-estinti dall’eruzione su Isla Nublar per evitare o almeno rimandare l’armageddon dell’antropocene scatenabile da un momento all’altro per l'esasperazione dello sfruttamento e della trasformazione della natura (l’atomo, la genetica) da parte dell’uomo. Maltrattata da una cattiva gestione narrativa, questa partecipazione rasenta il superfluo se non racchiudesse il senso del film. Le prudenze del matematico, infatti, si rivelano inutili e se ne confermano i timori quando la clonazione aggredisce anche il genere umano e i dinosauri superstiti vengono liberati in territorio americano.
Tra tradizione, omaggi, autocitazioni, ironia e cattiveria, Bayona compone un film volutamente classico, una favola moderna che miscela la paura atavica del mostro estinto con il timore della morte e della vecchiaia, la solitudine e il pericolo in agguato nel buio, il tutto alimentato dal perveso motore dell’inestinguibile avidità umana. Il regista spagnolo, con la sua cinefilia applicata, cerca inoltre di spostare verso gli adulti il nucleo narrativo e, pertanto, diminuisce la componente infantile (se si considerano quasi adulti i due collaboratori della Howard, con caratterizzazioni di genere volutamente invertite: lui “scream king” e lei maschiaccio temerario), sfruttando poi le premesse del primo capitolo per definire una personalità distinta nei dinosauri (partendo dall’anomalia consapevole e quasi senziente di Blue) per avviare il racconto autonomo della nuova libertà degli animali nella inedita frontiera americana. Come confermano le inquadrature terminali (e un sottofinale dopo i titoli, secondo la pratica Marvel), l’azione si allargherà all’intera California con la diffusione degli animaletti nella quotidianità periferica, rimandando, complessivamente, alla scena su cui si concludeva il primo film (dinosauri liberi nei luoghi disertati dagli umani); mentre un’altra citazione tecnica da Spielberg mostra la macchina da presa che si alza alle spalle di Blue mentre guarda un panorama suburbano degno di E.T. o di Poltergeist come di Super 8 o dei Goonies: un movimento di macchina ricorrente in molti film e tipico del regista dello Squalo (anch’esso citato nel finale con ignari surfisti), a sottolineare la sorpresa e la scoperta del futuro prossimo, il mondo giurassico esploso e scappato dal parco.

domenica 10 giugno 2018

Tuo, Simon di Greg Berlanti



In pausa dalla produzione seriale che lo vede alla guida dell’intero universo DC televisivo, giovanilistico e vagamente camp, Greg Berlanti si cimenta nella terza regia con Tuo, Simon, la storia del coming of age e out di un diciassettenne americano all’ultimo anno di college. In quella terra di nessuno tra la fine del liceo e dell’adolescenza e prima della terra incognita dell’inizio dell’università e dell’età adulta, Simon, pur consapevole delle proprie preferenze erotiche, non ha trovato il modo né il coraggio di confessarlo a famiglia e agli amici per non rompere la perfetta armonia di un piccolo mondo personale, una bolla di felicità comunque destinata ad infrangersi presto, con la fine della scuola e una nuova libertà in agguato. Come tutte le favole, sebbene aggiornata ai social network e a FaceTime, Love, Simon si svolge in un oggi e in un luogo imprecisati, una sorta di eterno presente adolescenziale americano astratto e impalpabile, in cui tutto o nulla può accadere, spesso con le medesime conseguenze.
Benestante e prestante, benvoluto e amato, simpatico e divertente, Simon non vuole interrompere la fiaba di una vita mai dissonante, circondato dall’affetto e dal calore di coetanei e familiari con cui ha un’invidiabile complicità, al netto di quella grossa lacuna di sincerità. Leggendo casualmente su un blog locale la confessione di un suo incognito compagno di liceo che si dice omosessuale senza dichiararsi pubblicamente, Simon trova un’inedita sintonia che presto diventa segretamente amorosa, una simmetria con la propria condizione, sentimentale ed esistenziale di gay non esposto e niente affatto evidente. Incapace di trovare la sfrontatezza necessaria al coming out, il ragazzo intrattiene invece una sincera corrispondenza con il misterioso Blue (lui stesso firmandosi Jacques, in nome del condiviso anonimato), con il giallo dell’insoluto mistero dell’identità dell’amico di penna che lo porta a saltellare, con timida curiosità, da un ragazzo all’altro in cerca di quella sfuggente anima gemella, cercando di capire senza esporsi. Tra la versione aggiornata e parodica delle Relazioni Pericolose e un whodunit senza sangue, il film cerca un ritratto che è difficile definire generazionale e in cui l’unico elemento cacofonico è rappresentato da un aspirante ricattatore che minaccia di imporre l’outing e svelare l’orrido segreto del protagonista. Ma anche la presenza di un avversario diventa comica e il suo atteggiamento minaccioso solo blandamente innesca il meccanismo di una sbiadita suspense assunta a semplice pretesto narrativo.
Recuperandone in parte il cast, fin nei piccoli ruoli, Berlanti rimanda inevitabilmente a 13, la serie di Netflix di grande eco, riprendendone ambientazione e tematiche, con la vita liceale di una piccola comunità di periferia e i problemi relazionali dei ragazzi, compresa la componente investigativa di un’identità da svelare. Ma è proprio nel confronto, che diventa diretto per le scelte degli attori e dei temi, che il film soffre limitandosi a diventare una scimmiottatura edulcorata della serie. Se tra i ragazzi della Liberty High School la violenza (verbale, fisica e sessuale) diventa il motore di dolori e dinamiche sociali che compongono un sofferente e disilluso ritratto della società americana, adusa all’abuso, nel film di Berlanti i due bulli di turno vengono da tutti sbeffeggiati e ridotti a figurine pallide quasi pentite del proprio atteggiamento sbruffone. Inoltre la sessualità, diffusa e variegata nella serie, non si pone quasi mai il problema dell’omosessualità, scoperta e assunta come tale senza evidenti traumi nei personaggi coinvolti, diventando invece l’asse portante del film. Rispetto a 13, con cui sembra volersi misurare, Tuo, Simon si offre come un bignami dolceamaro, un surrogato privo di proteine e carico di zuccheri, in fondo spensierato e leggero e con una carica emotiva inversamente proporzionale alla serie, che persiste nella memoria con i suoi personaggi complessi e dolenti, per il dramma che si fa tragedia sin dall’incipit, per la colpevolezza generalizzata (sebbene con variazione di intensità da personaggio a personaggio, che si stempera nella redenzione di una più fragile seconda stagione).
Ma il film non ha nemmeno la carica euforica e la sincerità disarmante dei film di John Hughes, seminali nel ritrarre il mondo liceale, e soffre per la riduzione a macchietta di quasi ogni altro personaggio, dai genitori (con singola breve scena di approfondimento a parte per ognuno) al preside o agli insegnati (ma solo quello di teatro risulta presente), finanche nella definizione dei coetanei, e risulta invece perfettamente adolescenziale nel concentrarsi esclusivamente sugli interessi del protagonista, in un moto centripeto che rilegge il mondo un modo autoriferito, con una tale cecità di Simon verso l’esterno da fargli sbagliare la lettura di ogni altrui comportamento. Di questa teen dramedy condensata al suo solo pilot rimangono il volto da cucciolo smarrito del protagonista, l’ipotetica efficacia di un buon cast tradotto in pura caricatura e una discreta colonna sonora che, insieme, non fanno un vero film ma un intrattenimento paratelevisivo educato ed edulcorato, educativo ed edificante, forse gradevolmente superfluo.