domenica 25 novembre 2018

Sicario – Il giorno del soldado di Stefano Sollima



Rispetto al precedente film di Villeneuve, Sollima opera una distillazione degli elementi narrativi mantenendo i protagonisti principali, il sicario perfetto di Del Toro e il capo delle black ops interpretato da Josh Brolin (con lo sfondo dei vertici militari americani del Segretario di Stato Matthew Modine), e la location nella terra di nessuna legalità tra Messico e Stati Uniti, riorganizzando un nuovo capitolo del contrasto tra cartelli messicani e governo americano attorno ad un nuovo fulcro antiterroristico che permette di rimettere in moto analoghe strategie di azione e di guerriglia.
In Soldado lo sguardo ancora vergine dello spettatore si incarnava nello stupore sgomento dell’agente dell’FBI interpretata da Emily Blunt, che si trovava a contatto con la selvaggia brutalità della guerra con i cartelli della droga mentre cercava di decifrare mosse e intenti delle forze dell’ordine (contractor delle dubbie finalità) o di interpretare le personalità oscure di melliflui esecutori. Il suo punto di vista veniva rielaborato attraverso l’inquietante maestosità della fotografia degli spazi aperti e l’ipnotica trascendenza della musica di Johann Johannasson per comunicare, nel rapimento sensoriale, lo stordimento del personaggio di fronte a situazioni di ingestibile crudeltà e all’inquietudine crescente di una minaccia, latente ma sempre più a fuoco, poiché emergeva un’inconfessabile verità: guidando la brutalità vendicativa di un vero sicario e di spietati mercenari, il governo americano assottigliava le file dei cartelli della droga per poterli meglio controllare e avere un unico interlocutore.
Abbandonata a un destino incerto l’agente dell’FBI nel finale del primo film, Sollima concentra l’attenzione sul sicario educato di Del Toro e riorganizza la task force illegittima attorno ad una nuova emergenza. Un kamikaze si è insinuato nella tratta dei migranti sul confine americano dando inizio ad una raffica di attentati di matrice islamica che il governo americano riconduce ad infiltrazioni terroristiche nella gestione del traffico di clandestini da parte dei messicani. Bisogna quindi scatenare una guerra tra i cartelli per depotenziarne l’apparato militare e la capacità organizzativa.
Il punto di vista esterno dello spettatore inconsapevole viene mantenuto e traslato sulla figlia di un potente narcotrafficante, adolescente problematica, mentre l’organizzazione paramilitare con l’avallo ufficioso del governo viene anteposto nello sviluppo narrativo e integrato al racconto, non potendo più essere sfruttato come elemento di sorpresa e di tensione per l’esistenza stessa del primo capitolo. Alla linearità della trama principale, si affianca un ulteriore binario di sceneggiatura, più direttamente legato alla tratta dei clandestini, con il racconto dei coinvolgimento di un giovane aspirante trafficante, la cui vicenda sembra procedere parallela al fulcro nodale, diventandone progressivamente parte integrante. Sicario, inoltre, eredita volutamente una scrupolosità fotografica, la cui l’innegabile bellezza si sposa ad una nota visibilmente malinconica, e vi agginge una colonna sonora fatta di suoni diegetici e materiale musicale ossessivo, quasi solamente ritmico, tracciando una evidente continuità tematica e stilistica con il prototipo.
Seguito coerente e materiale potenzialmente disponibile per un’ulteriore espansione quasi seriale, il film del director italiano si avvale di una regia attenta e accurata, dal découpage raffinato sia dentro che tra le inquadrature, con un montaggio lento e sensibile, una messa in immagini precisa, invidiabile nel panorama cinematografico contemporaneo dedito alla cacofonia di un assemblaggio ultrarapido di riprese brevi. Il regista si prende il tempo di costruire un’azione tra e dentro le inquadrature, di rimanere incollato ai primi piani dei personaggi, di dare peso e spazio a eloquenti silenzi, di mostrare uno sguardo western in un noir di frontiera quasi tutto all’aperto, centellinando i dialoghi all’essenziale, lasciando che il film trascorra comunicando, senza frastornare lo spettatore.
Nell’essenzialità di una regia concentrata ed efficace, Sollima si cuce addosso una versione plausibile di personalità cinematografica che, tra temi ricorrenti (la criminalità e la violenza già di Suburbia e delle serie Gomorra e Romanzo criminale, la crudeltà di Acab) e implacabile efficacia da action movie, gestendo con intelligenza gli elementi cinematografici a diposizione e dando la prevalenza al visivo (che, pertanto, diventa elemento eminentemente narrativo) costruisce una versione moderna e antiretorica di autorialità, valida anche nel mainstream dell’industria statunitense; anche in questo Stefano Sollima si dimostra degno erede del regista che lo ha preceduto nel raccontare le gesta degli antieroi del confine del benessere e del dolore tra Sud e Nord perché, come lui, anche Denis Villeneuve cerca sempre un valido e coerente equilibrio tra originalità e spettacolo.

martedì 6 novembre 2018

Gli Incredibili 2 di Brad Bird



Tornando all’animazione, Brad Brid ritrova i suoi supereroi dove li aveva lasciati 14 anni fa, a gestire famiglia e contrastare supernemici, cercando di armonizzare una imperitura voglia di normalità con la necessità di combattere il male, addirittura continuando la scena finale con la sconfitta di una simil-Talpa (Marvel) a scapito di una buona porzione di città. Ne deriva il completo bando dei superumani, non tanto diverso dall’imposizione dell’Atto di Registrazione alla base della Guerra Civile delle tavole Marvel, poi divulgato dai film del MCU come Accordo di Sokovia.
Non è cambiato niente in questi anni e i protagonisti sono rimasti uguali perché, come i Simpson in 20 anni, essendo disegnati non sono mai invecchiati; né viene alterato lo stile retrofuturista da Anni 60 (l’epoca della nascita degli eroi Marvel) del disegno e dell’immaginario. È però la prospettiva di genere a mutare, con una prevalenza della componente femminile in tutta la narrazione. Perché protagonista assoluta diventa Elastigirl, chiamata a combattere una nemesi anch’essa femminile (sebbene sotto mentite spoglie), mentre al marito toccano la casa e i figli, con la conseguente e comica inadeguatezza per nei panni di padre, seppur genuinamente amoroso. Ne deriva una parte di film da commedia romantica, tra i film di Ginger Rogers e i telefilm della Strega per amore Samantha (a cui l’accumuna l’estetica degli interni), con un uomo sempre in difficoltà in ambito domestico e turbato da una certa invidia di un’inattesa emancipazione della donna, impegnata nella generale ricodifica del proprio ruolo. Oltre a Helen, eroina impegnata sul fronte supereroistico, è nella superiorità femminile degli altri personaggi che si stringe una solidarietà di genere tra donne narrativamente preminenti che offuscano i comprimari maschili, con la super-modista Edna che si scopre pure un inedito côté materno, la supernemica Evelyn che muove tutte le pedine, Violet, ragazzina invisibile con i primi turbamenti amorosi che cerca di non terrorizzare con i superpoteri il compagno che le piace, o l’Ambasciatrice, generico emissario della politica doppiato da Isabella Rossellini e obiettivo principale dell’Ipnotizzaschermi.
Ma a conquistarsi il primo piano nella prole superdotata è il figlioletto, fornito di un sorprendente catalogo di superpoteri, ancora immaturi e ingestibili perché amplificati fino a conseguenze imprevedibili e guidati soltanto dai naturali bisogni di un infante. Dal tentativo di contenimento del pupo derivano le scenette più efficacemente slapstick della pellicola, sino alla compilazione di un manuale con l’elenco completo delle dotazioni e i consigli per un loro uso più appropriato.
Dalla DC Comics proviene l’antefatto della famiglia Deavor, miliardari che hanno visto i loro genitori uccisi da un delinquente. Eppure non si sono trasformati in Batman perché, se il fratello vuole aiutare i supereroi a rifarsi una nomea con gli atout mediatici di cui può disporre, la sorella sfrutta la stessa disponibilità economica e tecnologica per distruggerne la reputazione travestendosi Ipnotizzaschermi a asservendo con l’ipnosi chiunque le conceda gli occhi. I due fratelli rappresentano un’evoluzione nello sdoppiamento dell’antagonista del primo film, Sindrome/Buddy Pine, aspirante supereroe frustrato passato dall’ammirazione all’odio per i beniamini e dotatosi, come un Tony Stark in miniatura, di congegni tecnologici a supplire alla mancanza di naturali dotazioni.
Sebbene poco aggiunga al primo film, di cui è naturale prosecuzione estetica e narrativa tanto da rendere consigliabile il binge watching delle due pellicole combinate, questo secondo capitolo, tecnicamente ragguardevole e sempre ironico con i continui rimandi al mondo dei fumetti e a un immaginario collettivo classico modellato su pellicole e serie degli Anni 60, non sfigura rispetto all’originale, continuando quella poco anodina ricerca della felicità e della normalità di una famiglia paradossale.
Ma se si considera l’imponenza della componente femminile e che l’Ipnotizzaschermi riesce a promuovere un messaggio eversivo e repressivo da ogni schermo televisivo cercando di controllare le menti altrui, Gli Incredibili 2 sembra promanare un messaggio (per quanto velatamente) antitrumpinao da risultare quasi rivoluzionario nei tristi tempi attuali e da rendere il film, con il suo consueto e mansueto messaggio di equilibrio familiare, doppiamente educativo.