Rispetto al precedente film di Villeneuve, Sollima
opera una distillazione degli elementi narrativi mantenendo i protagonisti
principali, il sicario perfetto di Del Toro e il capo delle black ops interpretato da Josh Brolin
(con lo sfondo dei vertici militari americani del Segretario di Stato Matthew
Modine), e la location nella terra di
nessuna legalità tra Messico e Stati Uniti, riorganizzando un nuovo capitolo
del contrasto tra cartelli messicani e governo americano attorno ad un nuovo
fulcro antiterroristico che permette di rimettere in moto analoghe strategie di
azione e di guerriglia.
In Soldado
lo sguardo ancora vergine dello spettatore si incarnava nello stupore sgomento
dell’agente dell’FBI interpretata da Emily Blunt, che si trovava a contatto con
la selvaggia brutalità della guerra con i cartelli della droga mentre cercava
di decifrare mosse e intenti delle forze dell’ordine (contractor delle dubbie finalità) o di interpretare le personalità
oscure di melliflui esecutori. Il suo punto di vista veniva rielaborato
attraverso l’inquietante maestosità della fotografia degli spazi aperti e
l’ipnotica trascendenza della musica di Johann Johannasson per comunicare, nel
rapimento sensoriale, lo stordimento del personaggio di fronte a situazioni di
ingestibile crudeltà e all’inquietudine crescente di una minaccia, latente ma
sempre più a fuoco, poiché emergeva un’inconfessabile verità: guidando la
brutalità vendicativa di un vero sicario e di spietati mercenari, il governo
americano assottigliava le file dei cartelli della droga per poterli meglio
controllare e avere un unico interlocutore.
Abbandonata a un destino incerto l’agente dell’FBI nel
finale del primo film, Sollima concentra l’attenzione sul sicario educato di
Del Toro e riorganizza la task force illegittima
attorno ad una nuova emergenza. Un kamikaze si è insinuato nella tratta dei
migranti sul confine americano dando inizio ad una raffica di attentati di
matrice islamica che il governo americano riconduce ad infiltrazioni
terroristiche nella gestione del traffico di clandestini da parte dei messicani.
Bisogna quindi scatenare una guerra tra i cartelli per depotenziarne l’apparato
militare e la capacità organizzativa.
Il punto di vista esterno dello spettatore
inconsapevole viene mantenuto e traslato sulla figlia di un potente narcotrafficante,
adolescente problematica, mentre l’organizzazione paramilitare con l’avallo
ufficioso del governo viene anteposto nello sviluppo narrativo e integrato al
racconto, non potendo più essere sfruttato come elemento di sorpresa e di
tensione per l’esistenza stessa del primo capitolo. Alla linearità della trama
principale, si affianca un ulteriore binario di sceneggiatura, più direttamente
legato alla tratta dei clandestini, con il racconto dei coinvolgimento di un
giovane aspirante trafficante, la cui vicenda sembra procedere parallela al
fulcro nodale, diventandone progressivamente parte integrante. Sicario, inoltre, eredita volutamente
una scrupolosità fotografica, la cui l’innegabile bellezza si sposa ad una nota
visibilmente malinconica, e vi agginge una colonna sonora fatta di suoni
diegetici e materiale musicale ossessivo, quasi solamente ritmico, tracciando
una evidente continuità tematica e stilistica con il prototipo.
Seguito coerente e materiale potenzialmente
disponibile per un’ulteriore espansione quasi seriale, il film del director italiano si avvale di una regia
attenta e accurata, dal découpage
raffinato sia dentro che tra le inquadrature, con un montaggio lento e
sensibile, una messa in immagini precisa, invidiabile nel panorama
cinematografico contemporaneo dedito alla cacofonia di un assemblaggio
ultrarapido di riprese brevi. Il regista si prende il tempo di costruire
un’azione tra e dentro le inquadrature, di rimanere incollato ai primi piani
dei personaggi, di dare peso e spazio a eloquenti silenzi, di mostrare uno
sguardo western in un noir di frontiera quasi tutto all’aperto, centellinando i
dialoghi all’essenziale, lasciando che il film trascorra comunicando, senza
frastornare lo spettatore.
Nell’essenzialità di una regia concentrata ed efficace,
Sollima si cuce addosso una versione plausibile di personalità cinematografica
che, tra temi ricorrenti (la criminalità e la violenza già di Suburbia e delle serie Gomorra e Romanzo criminale, la crudeltà di Acab) e implacabile efficacia da action movie, gestendo con intelligenza gli elementi
cinematografici a diposizione e dando la prevalenza al visivo (che, pertanto,
diventa elemento eminentemente narrativo) costruisce una versione moderna e
antiretorica di autorialità, valida anche nel mainstream dell’industria statunitense; anche in questo Stefano Sollima
si dimostra degno erede del regista che lo ha preceduto nel raccontare le gesta
degli antieroi del confine del benessere e del dolore tra Sud e Nord perché,
come lui, anche Denis Villeneuve cerca sempre un valido e coerente equilibrio
tra originalità e spettacolo.