Thanos, novello onnipotente, si siede a contemplare il
proprio Eden fiorito, placato dopo aver raggiunto il suo scopo e dimezzato la
popolazione senziente dell’universo. Sorride perché vede che è cosa buona.
Dal finale ineluttabile del precedente film prende le
mosse l’ultimo capitolo dell’avventura cinematografica dei Vendicatori, nel
tentativo, apparentemente vano, dei superstiti di ricucire il danno e imbrigliare
il tempo per riportare tutto ad un preesistente statu quo. Ma il tentativo fallisce, Thanos ha distrutto ogni
possibilità di ritorno al passato lasciando tutti in un desolato presente.
Ed è in Leftovers
che si ritrovano i protagonisti, in un mondo segnato dall’assenza e dalla
sofferenza, dal rimpianto e dal lutto mai elaborato, dal senso di colpa di chi
è rimasto a pensare a chi se n’è andato, a quel che non era stato detto e mai
vissuto. Un salto di cinque anni in un futuro triste inaugura un film fatto di
molteplici di ripartenze e conclusioni, di finali temporanei e di riaperture
inaspettate, di ferite e di medicazioni. A dispetto dell’inevitabile finale di
serie che il film rappresenta, il tono è quello vagamente scanzonato della sitcom, di una commedia commossa di
commiati tra commilitoni, con battute a raffica e tono leggero.
Preciso contraltare di Infinity War, Endgame si
contrappone alla rarefazione e dissipazione del primo opus, in cui la lotta si protraeva su diversi fronti e in
differenti luoghi per concludersi, univocamente, nella disperazione. Questo
finale di partita si mostra invece fitto di dialoghi ma rarefatto nelle
battaglie, sino a quella decisiva, mastodontica e terminale, con unità di luogo
e d’azione. Eppure tanta unità si compone di molte sezioni, di frammenti di storie
spesso conclusivi, di un grande allestimento che si sviluppa ed poi esplode al
grido di Captain America “Avengers: Assemble!”, quel motto famoso nell tavole
disegnate ma che il cinema aveva rimandato sino a dargli un significato potenziato
ed esplosivo nella sua posizione enfatica, a conclusione della fase primigenia
del MCU.
Come nella serialità serializzata, anche nei film
Marvel la narrazione è un flusso continuativo che procede verso una
conclusione, tanto più compiuta quanto in anticipo pensata e coordinata in ogni
passaggio, calcolata in ciascun tassello di un quadro unitario che, ricomposto
a posteriori, trova omogeneità d’intenti e d’ingegno. Dalla moderna serialità,
ancora, i film della Casa delle Idee mutuano la natura character driven della narrazione, impongono la centralità dei
personaggi e delle loro motivazioni al centro del racconto. I molti dialoghi e
la vasta preparazione, teorica e ontologica, alla fine di un’era
cinematografica e generazionale che Endgame
rappresenta passa attraverso la ricerca di una coerente conclusione delle
rispettive avventure dei singoli eroi, costruendo, per ognuno, una sezione
autonoma, rispettandone tonalità e integrità pur nella confluenza dei segmenti.
Ed è proprio dalla sommatoria di ogni personale percorso, intrapreso dai protagonisti
e visto dagli spettatori, che è costituito il nucleo portante del film, che da
quell’elemento fondativo prende le mosse per portarlo a conclusione, senza
abbandonarsi alla rinfusa nella cacofonia di una semplice battaglia, ma ricercando,
invece, un’armonia soddisfacente che superi la nostalgia e permetta l’inevitabile
congedo.
E nel farlo, come ogni sitcom, anche Endgame
lavora sui luoghi comuni, quelli disseminati dai film stessi nel decennio di
rielaborazione del mito dei supereroi in forma cinematografica, così come
quelli presi a prestito dalla cultura di massa preesistente. In questo senso l’ultimo Avengers si pone sulla falsariga di Ready Player One di Steven Spielberg nel
fagocitare, esplorare e rimaneggiare il passato noto, ovvero l’immaginario
collettivo, composto non solo dall’intero universo Marvel, importato in toto,
ma da quello da cui esso stesso si origina, dalla summa di ricordi e di riferimenti cinematografici e televisivi che
il film cita e di cui si alimenta, saccheggiandolo pesantemente. E se nel film
di Spielberg seguivamo l’avatar di un
giocatore in una realtà virtuale altrui, la visione del demiurgo da capire e da
interpretare, qui i registi Russo guidano lo sguardo del pubblico all’interno
di una sua realtà personale, riscrivendo una sorta di Vangelo nerd che ripercorre e celebra quanto già
visto, un omaggio allo spettatore tipo e al lettore privilegiato dei fumetti da
cui tutto ha preso origine. Ed è un trionfo di citazioni e allusioni, di
ammiccamenti e easter eggs, di indizi
e suggerimenti in un gigantesco spoiler
di 181 minuti che non lascia niente di intentato al coinvolgimento emotivo e
intellettuale di un pubblico partecipe che sicuramente riconosce i riferimenti
a Star Trek o ai Predatori dell’Arca Perduta, alla trilogia di Zemeckis e a tutto
l’universo espanso Marvel.
Con la sua lunghissima durata, lo spazio infinito
delle pluralità ipotetiche di ogni narrazione possibile, di ogni cronologia immaginabile
grazie all’artificio, ormai canonico, del viaggio temporale, Endgame esplora il passato per ricreare
il futuro, si inabissa nel reame quantico di Hank Pym e, prendendo in giro il metafilm di Ritorno al Futuro, debitamente citato, ci sprofonda dentro per
replicarne il meccanismo e l’artificio. Il film, così, si riappropria delle
scene madri delle pellicole precedenti e, mentre le rivede da una diversa
prospettiva, le rivive con una nuova consapevolezza, inserendovi varianti
inedite in modo che il noto si rinnovi e tutto si modifichi senza cambiare,
come in una versione fantascientifica e postmoderna della massima del Gattopardo. Nella trama generale alcuni fili
vengono interrotti per riannodarne altri e, come in un episodio seriale, ogni
scena rielaborata diventa una variazione sul tema, la conferma del modello
nella diversificazione del dettaglio. Così si sussegue un’infornata di cameo
inaspettati, da Robert Redford a Natalie Portman, da Renee Russo e Tilda
Swinton fino al redivivo Stan Lee, ringiovanito in un ultimo omaggio ambientato
negli Anni 70, mentre si fa osare dire a Captain America “Heil Hydra” mentre si
rievoca la scena dell’ascensore di Winter
Soldier o si replica la riunione sul campo dei Vendicatori nel primo Avengers sullo sfondo della devastazione
di New York.
Endgame è quindi, nel suo complesso, un massiccio e disperato
tentativo di retcon, di correzione e
rinarrazione del passato per far spazio ad un diverso (e migliore) presente
rivedendo il già detto e già scritto, una trasposizione in forma
cinematografica di un espediente fumettistico corrente con cui, ad esempio, era
stato introdotto il personaggio di Sentry (ed egregiamente sfruttato da Star Trek nell’ultima stagione di Discovery), moltiplicato e potenziando nel
ritorno al passato di Marty McFly, con ogni addentellato e corollario del
paradosso temporale canonico, ma con la variazione della coesistenza di ogni
variante possibile secondo la concezione del multiverso di mondi narrativi
simili ma non sovrapposti, di realtà alternative tutte coesistenti. permettendo
non solo di far procedere la narrazione ma di interrompere quella già compiuta
per riprendere fili interrotti o riannodarne altri o, come ogni episodio
seriale, di offrirsi come variazione sul modello, conferma nella
diversificazione.
Come nelle saghe disegnate, Endgame offre una visione d’insieme a cui si aggiungono storie,
integrate ma individuali, delle linee (narrative) parallele convergenti in un
unico spettacolare finale. Così facendo, il film offre a ogni personaggio un “a
parte” che lo mette a confronto con i nodi irrisolti del suo percorso emotivo,
dando a tutti, se non una conclusione di un percorso, una closure esistenziale. Così Thor ritrova la madre e l’Asgard di un
tempo, mentre la nuova troverà spazio in Scozia (e non in Oklahoma); Stark si
riconcilia col padre e Rogers rivede l’amata perduta e di cui in Civil War si erano celebrai i funerali.
Endgame porta al culmine la solitudine apolide ed esistenziale della Vedova
Nera, la rabbia omcida di Ronin/Occhio di Falco, la scelta finalmente egoistica
di Steve Rogers che sceglie di non reprimere le emozioni, la demolizione della
facciata cinica di Tony Stark, la divina depressione di Thor, la furia
vendicativa di Scarlet Witch, l’umanità di Nebula e la fanfarona idiozia di
Starlord. Non solo il film ritorna sui passi precedenti del MCU ma porta a compimento
anche le sue espansioni televisive, dando migliore esito al triste finale
sospeso di Agent Carter, in attesa
che vengano trasmessi gli episodi dell’ultima stagione di Agents Of Shield, serie che ha sempre fatto i conti a posteriori con
quanto succedeva nei film (anche se spesso ridotti ad un’eco lontana per meri
motivi di budget).
E, come ogni finale di serie, Endgame getta anche i semi di prossimi eventuali sviluppi, tra prequel e sequel in cantiere (o in uscita imminente), tie-in a venire e spin-off
da raccontare, cercando di evitare reboot
a favore di una politica inclusiva che la convergenza societaria tra Disney e
Fox preannuncia e che Spider-man (nella join
venture con Sony) ha già dimostrato funzionante, secondo una concezione
progressiva del racconto che si basa sulla notorietà dei personaggi, data per
scontata senza necessariamente essere rinarrata ex-novo. Ma il film, a differenza di tutti i suoi predecessori, non
ha una scena post-finale, non offre una diretta anticipazione di un futuro che,
diegeticamente, è ancora da scrivere e che sarà un mondo senza Vendicatori
(classici).
In fondo il film tutto, nelle sue due parti distinte
ma non separate, è un lungo commiato, l’elegia funebre di un percorso (e del
suo personaggio portante) che, tra saluti e onori, ricordi e battute, conferma
una dipartita e si consegna alla memoria, una celebrazione comunitaria di un’epopea
attraverso il tributo letterale ad un suo eroe. Tra addii e passaggi di
consegne, la pellicola dei fratelli Russo funziona su molti livelli, si rivolge
al fan scatenato come allo spettatore esigente, offrendosi come tripudio di
effetti speciali imbanditi su una marcata consapevolezza narrativa e, sommando
in sé il meglio dei rispettivi mondi, si offre, tra serietà e leggerezza, come
modello di moderno blockbuster.