Sembra
che dal film, premiato con 4 Oscar 2020, tra cui l’inedita abbinata
di Miglior Film e Miglior Film straniero, possa essere tratta
una serie (americana) e
sia stata
brevemente commercializzata
una copia in bianco e nero, voluta dallo
stesso regista per un maggiore effetto
straniante, con
lo slogan “nessuno è bianco o nero”.
Ma forse una versione in 3d renderebbe maggiore giustizia
a un film costruito sulla profondità di campo e sulla geometria
degli spazi, delle coordinate di spostamento degli individui
e sui rispettivi vettori. Perché, col suo
trionfo dell’apparato scenico, Bong Joon-ho esalta la qualità di
una regia che si traduce in mise en
espace di un senso, con movimenti
variabili,
traiettorie parallele
e confluenti dei personaggi
nello spazio inquadrato, da cui deriva la tensione drammatica della
vicenda. Che, in effetti, si traduce in espropriazione di un luogo
e nella narrazione della motivazione di questo comportamento.
E
la giustificazione di ogni movimento
narrativo (che
poi diventa anche fisico) risiede nella
differenza di classe dei vari personaggi, con nuclei
familiari a confronto, tra gli alto-borghesi
che vivono sopra il livello
stradale, con una casa fatta di affacci sul verde e sul cielo, pareti
finestrate come un costante spettacolo cinematografico
di magnificenza e
autocelebrazione. A poco a poco il
loro spazio
domestico viene
occupato, materialmente quanto
simbolicamente, da una famiglia
proletaria, la
quale invece
abita sulla
strada tanto da
avere un buio
vicolo di città con il retro di negozi quale
unico elemento
visibile, con scene di sgravio fisiologico sul bordo della finestra
come gag ricorrente
e il rischio di
allagamento a seguito di un forti
acquazzoni. A
questo duplice
fulcro narrativo,
che pare occupare l’intero ambito del racconto,
si aggiunge un terzo gruppo,
a sorpresa, un altro
ambito familiare e un nuovo contesto abitativo: l’ipogeo dei
sotterranei della villa da tutti concupita.
Questa intrusione porta
non solo ad uno scombussolamento delle geometrie, psicologiche e
vettoriali, definite, ma anche a
una deflagrazione della commedia degli equivoci che si stava
delineando in tragedia sociale, con un rimescolamento dei
ruoli e dei toni, dei
luoghi e dei rispettivi abitanti,
di personaggi e di disposizioni
territoriali.
Il
raggiro per
sopravvivenza economica
dell’inizio del racconto, con l’astuto ma in fondo tenero inganno
da parte dei membri di una famiglia proletaria
che si insinua negli interstizi
delle esigenze di subordinazione e di ingenuità dei
ricchi possidenti,
agiati quanto presuntuosi,
cambia senso a metà film, abbandonando
presto i toni della leggerezza comica.
Com’è tipico
del cinema orientale, e coreano in particolare, i film mutano
genere e variano di tempo
durante il loro corso, perdono la definizione iniziale e
sostituiscono o modificano i
protagonisti per
trasformarsi in
coacervi di stili e stilemi, spesso su base prepotentemente melò
a sviluppo noir,
indipendentemente dal materiale
di partenza. Così anche questa novella satirica si tramuta in
dramma, con morti e assassinati, esplosioni di violenza improvvisa
e sferzate
oniriche, salti temporali e versioni alternative di una realtà già
ambigua che, introdotta
da un dato apparentemente naturalistico, devia nell’iperrealismo,
deflagra nel thriller e
scivola nel
fantastico.
La
regia, coordinando movimenti e spazi, segue i personaggi a macchina
fissa o con carrelli laterali
ad accentuare le geometrie degli interni
nel confronto con l’esterno, guardando
i suoi protagonisti
guardare ed
invidiare altre figure, facendoli
nascondere
in bella vista o nell’altrui distrazione, con tempi e modi da
screwball ed
effetti slaptisck.
Delineati per
piccole caratterizzazioni,
a tratti chiari come
dei fumetti, i
personaggi si
distinguono tra giovani da
settore terziario,
nel ruolo di insegnanti (di inglese e di sostegno),
e i genitori, con
compiti più manuali (da
ambito primario o secondario di domestica e
autista), con
l’impalpabile e implacabile odore
come segnale di una provenienza
che non si riesce a
camuffare del tutto e
che solo i ricchi percepiscono, insinuando un’incolmabile
differenza.
Perché,
come già Chabrol, Bong Joon-ho
mette in scena una lotta di classe che non
ha soluzione pacifica. Ma la dinamica
conflittuale,
però, ha perso ogni connotato ideologico, prosegue per vie traverse
il travaso sociale, diventato così
solo aspirazione di affrancamento
economico, indipendente dalla consapevolezza della propria
origine o posizione, ed estraneo
a qualsiasi
carattere meritocratico.
Le regole della società paiono
invariabile e inaccettabili, quindi vanno
solo aggirate,
ingannate senza pretendere di mutarle bensì
trovando interstizi, spazi liberi e vacanti
in cui insinuarsi alla conquista di una posizione di vantaggio, per
poi completare l’occupazione con l’allargamento dell’operazione
ai parenti o ai prossimi. Riducendo ogni prospettiva sociale
all’artificio e
ogni orizzonte
solidale al mero ambito dei congiunti, il
regista canta la morte della lotte di classe e la sua trasformazione
in grossolana
sopravvivenza, nella trasformazione di ogni ipotetico
progressismo in egoismo diffuso e
solipsistico. La società ha un palinsesto
immutabile, rigido come le mura di una casa,
e la trasformazione sociale non è altro
che una generalizzata guerra
all'accaparramento
delle limitate risorse che il mercato mostra, senza davvero
offrirle, in una contesa letteralmente
all’ultimo sangue per spostarsi
all’interno dei confini del benessere, nel ricovero tra le pareti
nemmeno troppo accoglienti di un’abitazione.
Il
regista accenna
ad un
lieto fine di
ricongiungimento e riconciliazione a risarcimento del danno subito e
inflitto e del sangue
versato, ma lo allontana in
un contesto quasi
distopico, costruisce
una conclusione ipotetica
spostata nel tempo e costretta nello spazio dei medesimi
luoghi, lasciando
lo spettatore
nell’incertezza forse onirica
di un’aspirazione inconcludente quanto riconoscere
figure nella mutevolezza delle
nuvole.
L’unica
terrena, ferma, invariabile certezza sono i luoghi e gli spazi,
occupati e occultati, vissuti o negati, sofferti e sprecati, che di
volta in volta i protagonisti
abitano e nei quali si muovono,
coordinati da una regia che si fa organizzazione di aree e di
traiettorie, di percorsi e vite, linee parallele che convergono in
una conflittualità che crea caos e disarticola la gerarchia sociale
nella sola vicinanza degli opposti, nel rimescolamento di alto e
basso, di sfruttato e sfruttatore, di
ospite e parassita dalla
distinzione
instabile. Ma è
questa stessa
definizione che si sfuma nella coabitazione
ricercata e forzata, tra
chi desidera e
chi si approfitta, tra chi vende e chi si vende, nel
mercato incostante tra domanda e offerta.
Movendosi con
sarcasmo e acida
ironia nella freddezza di inquadrature
geometriche, Bong Joon-ho non parteggia per
i suoi personaggi -
anche se il ritratto
dei facoltosi proprietari
rimane troppo acido per non essere satirico - e li guarda massacrarsi
con oggettivo divertimento, mentre
descrive,
sogghignando con divertita e preoccupata
distanza, un
microcosmo da formicaio,
un “vivarium” a grandezza di casa e di
società.