Se Shreck sfrutta gli stilemi delle favole come clichè da riconoscere nel mondo contemporaneo, Come d’incanto si avvale invece del patrimonio dei luoghi comuni Disney per metterlo a stridente confronto con il mondo moderno. La confluenza di cartone animato e scene reali non è nuova, ma l’effetto comico e straniante proviene dalla totale accettazione degli elementi favolistici all’interno di un contesto realistico coerente, le abusate canzoni dei vecchi film d’animazione si trasformano in un’innata tentazione per i personaggi trasbordati nella realtà e trascinano il film verso scene di musical collettivo, gli animaletti fedeli al richiamo della principessa si traducono nei più metropolitani piccioni, scarafaggi e ratti. La favola persiste, ma si adatta ai mezzi e ai luoghi a disposizione, all’ambiente in cui si trova a muoversi, degradandosi solo un po’, con grottesco evidente ma inconsapevole per i protagonisti. Mondo vero e universo cristallizzato nel disegno o nelle convenzioni della favola convivono assurdamente, trasformando una poco romantica realtà in sogno infantile, la New York più visitata dalle commedie sentimentali (Central Park e dintorni) diventa il luogo in cui la fiaba si trasforma in verità, e l’amore non ha più i connotati della disillusione o del cinismo contemporanei ma si lascia trasportare verso il sogno di una felicità totale, concreta perché relativa all’ipotesi fiabesca che contamina indiscriminatamente tutto.
Il gioco del contrasto è molto divertente, gli attori, compresi nei ruoli, rendono accettabile la totale assurdità dell’assunto, citazioni incastonate tra Disney e panorama fiabesco classico (Biancaneve, Cenerentola, La Bella Addormentata…), animazioni digitali, riferimenti cinematografici moderni (King Kong, Godzilla ma anche tutta la casistica della commedia newyorkese alla Nora Ephron) costruiscono una stratificazione di senso e di rimandi che non delude l’adulto, e lo diverte con l’andamento frivolo e parossistico, talmente spudorato nel romanticismo da non poter che risultare simpatico, e trascina lo spettatore a un passo di danza sulle le stridenti melodie di parole spudoratamente irreali. Però, perché non fare finta?
domenica 16 dicembre 2007
Come d’incanto di Kevin Lima
Un’altra giovinezza di Francis Ford Coppola
Destino e morte, vita e amore, percezione e allucinazione, la permeabilità della storia cronologica da parte dell’infinita atemporalità, tutto sembra privarsi di riferimenti precisi e di identità, le storie d’amore si ripetono mentre i corpi mutano, forze oppressive cercano di catturare l’essenza dell’eternità per sottometterla al proprio interesse. E forse anche la vita stessa non è che illusione, una fiaba deludente dal finale prevedibile, il cui significato è altrove, tra le maglie del tempo e dello schermo, dove tutto diventa plausibile. E dove è anche possibile far finta di crederci, per dimenticare il dolore della parola “Fine” che spezza ogni incanto.
Michael Clayton di Tony Gilroy
Nessun personaggio brilla di luce particolare nel film, ognuno sembra mosso da ragioni comprensibili sebbene discutibili, e l’umana debolezza emerge con cruda chiarezza da ogni fotogramma, illuminato in penombra con i toni di un crepuscolo invernale, eloquente sintomo dello stato della nostra società. È un mondo impazzito in cui una coscienza allarmata diventa un sintomo di follia da estirpare, dove l’altrui vita è un ostacolo sacrificabile sulla strada del successo economico o della semplice affermazione delle proprie ragioni. Egoismi privati o societari sembrano l’unico senso logico di ogni azione, la sua stessa motivazione e giustificazione, l’interesse economico l’ultimo motore. In questo contesto, Clayton è un personaggio che ha coerentemente rinunciato a qualsiasi morale, agendo con discrezione dietro le quinte, un ripulitore dei casi più scottanti, piegati più o meno onestamente al servizio dello studio legale al fine di creare una realtà adeguatamente pettinata per essere più presentabile. Michael Clayton non ha niente dell’eroe e ben poco di un personaggio positivo, sembra agire secondo automatismi di amorale consuetudine, ha fallito nel matrimonio e negli affari, non resiste all’attrazione di un tavolo da gioco. Eppure acciuffa in extremis una parvenza di dignità, anche se forse solo per salvarsi la vita, ma con l’inedita consapevolezza di aver agito secondo coscienza.
Il regista rinuncia alla costruzione a suspense rivelando sin dall’inizio il tentativo di far fuori il personaggio principale, danneggia l’andamento drammatico della sceneggiatura per porre invece l’accento sul vero nucleo narrativo fondamentale, quel vero colpo di scena che è il cambiamento del protagonista, la sua trasformazione, la stanca, dimessa e reticente epifania di una responsabilità autonoma, di una dignità che egli stesso credeva per sempre perduta.
Nella struttura anticronologica, nella diversificazione delle linee narrative, nell’efficacia sintesi delle psicologie, il film sembra influenzato dalle ultime tendenze della serialità americana e, per una volta, non risulta penalizzato dal confronto. La materia di Michael Clayton, densa di significato, proviene dal cinema impegnato degli anni Settanta incarnato, anche iconograficamente, da Sydney Pollack in un ruolo secondario, riferimento volontario ad un cinema spettacolare e di successo che sapeva però di non voler rinunciare alla denuncia, ad una funzione civile importante, pur evitando di appiattirsi in semplicistico precetto etico o moralistico. Ma la spettacolarità del cinema contemporaneo sembra non curarsi di qualsiasi esigenza sociale, lascia alla televisione seriale ogni sperimentazione e intervento critico, la messa in discussione delle certezze e l’ipotesi di un dibattito associato alla pura fruizione narrativamente avvincente.
Tony Gilroy, invece, si riappropria di questa prerogativa polemica del cinema. E con Michael Clayton, George Clooney prosegue un percorso cinematografico in cui il successo personale è funzionale alla costruzione di un progetto produttivo, in cui spesso è impegnato in prima persona. Clooney si riveste però con sorprendente frequenza di panni privi di fascino, si riserva personaggi complessi e tormentati, scegliendo quasi sempre l’opzione meno ovvia. Definisce così, anche personalmente, un cinema refrattario al semplice intrattenimento e interessato alla costante ricerca di una comunicazione di massa che rimanga attenta e sensibile al mondo.
giovedì 13 dicembre 2007
Paranoid park di Gus Van Sant
Anche con Paranoid Park prosegue il tentativo del regista di inserire una finzione nelle pieghe della realtà, di costruire una narrazione che si alimenta di corpi e inquadrature sottratti alla vita. Come la macchina da presa irrompe in contesti veri, segue corpi fisicamente concreti e inserisce riprese rubate per strada, la crudezza del mondo esterno fa irruzione dentro l’ovattata esperienza adolescenziale imponendole con evidenza un percorso inedito, che nel film si fa racconto. La regia si attiene ad al principio di pedinamento tipico di Van Sant, dove la cinepresa, indietreggiando, precede l’attore, puro corpo in movimento, contenitore di pensieri vaghi e mutevoli, quasi illeggibili sui volti spesso apatici e concretizzati solo nei gesti. Van Sant tenta di creare un flusso coerente di immagini e musica, senza ricorrere alle parole usa la colonna sonora per manifestare gli stati d’animo, cerca di carpire pensieri e movimenti interiori privandosi della diretta efficacia del dialogo, guardando solo l’esterno, all’apparenza significante di un corpo vivo.
Come brevemente sottolineato nel film da una lezione di fisica, una massa immersa in un fluido subisce una spinta proporzionale al suo peso; così la macchina da presa imprime una spinta alla materia a disposizione, al corpo scelto, uno sprone narrativo il cui effetto dinamico è intimamente dipendente dal contesto, dal fluido psicologico e sociale in cui si trova immersa. Van Sant, da qualche film a questa parte, sta definendo una sorta di “Neonaturalismo”, americano e adolescenziale, un cinema oggettivo e behaviourista che si rispecchia in personaggi per i quali tutto è esterno ed estraneo, inconsapevolmente dilaniati da un feroce vuoto interiore che non sanno addomesticare. La cinepresa li segue, quasi altrettanto apatica, limitandosi a guardarli e ad fissarne i movimenti sulla pellicola, spesso con un ralenti li esilia dall’ambiente in angosciosa solitudine, mentre la sceneggiatura ne coordina narrativamente i gesti in una struttura portante da assicurare alla realtà, scruta la soggettività inventata di un personaggio ancorandolo al corpo fisico del suo interprete in completa simbiosi. Nel regista di Portland, la manifesta volontà scopofila diventa poetica narrativa, lo sguardo dell’autore perde ogni valenza di espressione personale per poter sondare un territorio in vasta parte inesplorabile, per farsi portavoce di uno sfuggente universo interiore, terribile e affascinante.
Seguendo il principio di Archimede, anche la coscienza di Alex di manifesta in reazione alle proprie colpe, sebbene solo per assolversi in una pusillanime autoanalisi. La ricerca della propria verità rappresenta l’inizio di una presenza di sé e di un rapporto quantomeno dinamico col mondo esterno, lo distoglie da un indifferente torpore con cui trascina senza entusiasmo l’esistenza. Ma quella ipotesi di confessione, che stila con inedito impegno come un importante compito a casa, è infine soltanto la cronachistica successione degli eventi, e viene bruciata una volta svolto il suo mero compito di catarsi. La piena consapevolezza non si è tramutata in coscienza, quegli occhi sgranati dalla sorpresa e dall’orrore si sono aperti solo brevemente, e possono infine richiudersi nella consueta sonnolenza di una mattina a scuola, come se niente fosse davvero successo.
Funeral Party di Frank Oz
È proprio sul versante registico che Oz dimostra una dolente mancanza di concezione spaziale del set, luogo fisico in cui coreografare corpi e gag, nell’incapacità di accordare movimenti e corpi all’interno dell’azione generale imprimendo ritmo all’insieme, nel semplice sfruttamento completo della profondità di campo di cui Edwards è maestro, con quella freddezza apparente dell’inquadratura, così oggettivamente imparziale da far risaltare, con accresciuta efficacia ed estrema eleganza, ogni effetto comico.
Se rimane comune ai due film l’intrusione di un elemento estraneo in un contesto coerente di cui provoca l’esplosione, Oz moltiplica i corpi alieni (un cadavere, un nano, la droga) ma ne annulla gli effetti cumulativi distribuendoli su differenti gruppi di personaggi, tra loro ben distinti e fisicamente separati. Mentre Edwards procede con logica meticolosità alla progressiva distruzione dell’ambiente, fisico e sociale, in cui l’azione si svolge, sino al quasi completo sovvertimento delle leggi naturali e collettive, la sceneggiatura più recente si limita ad impastare le diverse trovate con l’unità di luogo e di azione, imponendo una forzata convergenza ad elementi dissonanti che, così imbrigliati, finiscono per annullare il voluto dirompere comico che proprio quell’accavallamento voleva rafforzare.
Se la falsariga da commedia anglosassone, densa di sarcasmo e cattiveria, con punte di necrofilia e grottesco, viene mantenuta, Funeral Party rimane comunque profondamente americano nell’uso di una certa recente comicità regressiva e scatologica fatta di feci e sesso, con l’abusato ingrediente allucinogeno per condimento al fine di imprimere esibita follia al contesto di repressioni e frustrazioni, sociali, familiari e sessuali. Ogni dissolutezza, comica e morale, sembra però infine ricucirsi, viene riassorbita da un rassicurante ritorno all’ordine borghese, alla ricostituzione delle apparenze e delle convenienze, vanificando ogni valenza distruttiva del comico in un film soltanto gradevole.
La regia di Oz è funzionale all’illustrazione della sceneggiatura ed è priva di quella imperturbabile classicità che rende deflagrante la comicità di Edwards, il quale, sotto l’apparenza borghese anche della messinscena, non offre alcun riparo alle convenzioni e tesse trame di inarrivabile cattiveria e anticonformismo viscerale.
lunedì 26 novembre 2007
Die hard: vivere o morire di Len Wiseman.
The Bourne Ultimatum di Paul Greengrass
Action fisico, la cui dinamicità è accentuata e repressa dalla regia di Greengrass, fautore inossidabile della macchina in spalla e della repentinità del cambio d’inquadratura che rendono talmente veloci le scena da impedire la visione d’insieme, il film approfondisce un assunto palese sin dal primo capitolo: il contrasto tra il corpo e la macchina, tra la tecnologia schierata all’inseguimento e l’uomo in fuga, tra la fisicità concreta e il virtuale applicato.
E ironicamente, Bourne stesso rappresenta una sintesi di questi ossimori, un corpo senza memoria, un file corrotto, un personaggio senza identità - se non fittizia - che sopravvive e avanza grazie all’istinto, un addestramento rimasto sottopelle, mentre la mente cerca una risposta a tanta letale efficacia. La fisicità del suo corpo diventa l’unica riposta possibile alla tracciabilità del segnale, la variabile umana capace di depistare e sorprendere, ma anche da reprimere proprio per la sua unicità. L’Agenzia al suo inseguimento, quella CIA cinematograficamente memore dei Tre giorni del Condor, non è che una centrale tecnologica di intercettazione, brulicante di umani obbedienti, impassibili nei confronti degli ordini impartiti, delle eliminazioni programmate, strumenti consenzienti di una caccia all’uomo planetaria, in mondo unico unito dalle tecnologie, interconnesso e anonimo. Quasi nessuno nell’Agenzia ha una precisa identità. Anzi, l’identificazione corrisponde sempre alla messa nel mirino, all’ordine di soppressione. Analisti di sistemi sostituiscono gli agenti sul campo, il telecomando aziona eliminazioni e distruzioni a distanza, la morte si delocalizza e demanda, si delega e dimentica.
Il fattore umano Bourne, pedina ormai consapevole e impazzita, è il pericolo maggiore, il peggior nemico immaginabile perché imprescrutabile, mosso da esigenze personali e bisognoso di quella verità così imbarazzante da dover essere elusa, negata ed elisa ad ogni costo. Eppure la caccia nasconde solo una vacua lotta di potere all’interno delle istituzioni, una brama di efficienza per cui si predilige barare e sfuggire alle responsabilità rimanendo sotto la vaga insegna della guerra al terrorismo, scusa prediletta per vendette private, scudo morale per ogni nefandezza.
Emerge forte in questo film, volutamente esplicativo, un fondo ideologicamente antimilitarista e morale, in cui si fanno evidenti gli echi della situazione odierna, che traduce l’amnesia del protagonista in sintomo di stress post-traumatico, nella ripercussione involontaria di un eccesso di addestramento, nella dolorosa epifania di un’umanità repressa che si scontra con la rivelazione di quella verità negata dall’istinto di sopravvivenza. La trilogia non è che una terapia regressiva a tappe verso l’origine del male, del dolore psicologico della propria attitudine alla morte, la presa di coscienza di un eroe vuoto, forse destinato ad un impossibile percorso di redenzione fuori campo. La storia di Bourne è il resoconto della morte e della resurrezione di un automa dal motore inceppato, infine libero dall’inconsapevolezza ma gravato dal peso della responsabilità: la volontarietà della scelta iniziale. Vittima consenziente, Bourne aveva scelto l’arruolamento, ideali e sogni erano stati sfruttati e deviati, il corpo rafforzato, la mente annichilita, una perfetta macchina omicida che, inaspettatamente, si ribella al suo creatore alla ricerca di una umanità negata e repressa, resa con dolorosa impassibilità da Matt Damon, silenzioso e imperscrutabile, che sopravvive a tutto e a tutti, quasi suo malgrado.
venerdì 12 ottobre 2007
Premonition di Mennan Yapo
Anche lo spettatore deve rinunciare alla verità di un chiarimento univoco per apprezzare il film, lasciarsi trasportare dalle immagine e dal senso dei dettagli, guardare l'insieme da fuori, osservarlo oggettivamente allontanandosi dal personaggio centrale che gli imprime un moto centripeto. Solo allora la tragedia interiore acquista senso, la confusione si appiana. Bisogna andare contro la stessa scelta registica e la soggettività imposta per leggerla come espressione patologica di un microcosmo infranto, i cui pezzi non si ricomporranno mai, schegge di specchi e vetri che indicano un forma persa di cui rimangono dolorose tracce, pericolosi frammenti capaci di ferire e incidere la carne.
Premonition racconta soprattutto la crisi esistenziale di una donna afflitta dalla perdita di un sogno d'amore e di felicità, di una fede laica in quella coerenza imposta dalla vita che si è scontrata e ed stata disfatta dalla concretezza quotidiana degli obblighi e degli affetti, la cui evidenza si era già manifestata prima dell'incidente. Dopo il quale, però, i limiti della verità diventano evanescenti, vaghi e labili, mentre corpo e mente non riconoscono volti ed eventi, rimangono a tutto estranei nel continuo confuso tentativo di capire e ricostruire il contesto.
Sebbene narrativamente si sforzi di sondare la mente del personaggio della Bullock, il film diventa soprattutto un documento sul corpo dell'attrice, quasi sempre in primo piano, presente in ogni inquadratura e capace di suggerire e sfumare sentimenti con pochi accenni, con un bravura ben poco sfruttata al cinema (ad eccezione di Barbet Schroeder) che la relega ai confettini romantici di seconda fila. Un corpo apparentemente troppo perfetto, un viso quasi di plastica, che sembrano animarsi improvvisamente di scosse di vita e vitalità violente nel dar consistenza ad una casalinga ossessiva e compulsiva, annullata nel proprio ruolo, in un'esistenza guardata da dietro ad un vetro, nel boccale artificiale dell'equilibrio domestico, in cui fluttuano simili i giorni e le persone amate, mentre le discrepanze si celano nella rifrazione del liquido amniotico di un'armonia familiare postulata come tale.
Shrek Terzo di Chris Miller, Raman Hui
Con le poche aggiunte al cast d’origine, l’opus terzo propone e dispone sconvolgimenti soltanto virtuali, giurando fedeltà al dato ben noto di un mondo immaginifico sempre più verosimile, gravato però dai lacci di uno scontato ancoraggio ai modi e mezzi della vita americana, delle citazioni musicali e cinematografiche, un regno fatato fin troppo suddito del suo pubblico reale, da cui farsi riconoscere e amare. Se Shrek è troppo sgraziato per essere dignitoso regnante nella messinscena del potere di fronte agli astanti in una cerimonia ufficiale, allora deve trovare un sostituto più decoroso e decorativo, più adeguato al gusto diffuso. E in fondo è quel che chiede Azzurro, essere ciò per cui è stato disegnato e designato, rientrare nei ranghi del proprio ruolo istituzionale, narrativo o esistenziale. Eppure è lui il nemico vanesio, la minaccia costante di un ritorno all’ordine consueto, inconsapevole metafora della sua stessa nemesi, della favola in cui è raccontato che rientra fedelmente nei ranghi consueti dei canoni imposti dai racconti precedenti.
Shrek terzo manca di novità e ritmo, si appesantisce in messaggi scontati, si salva per la grafica perfetta e l’illusione ormai completa. Ma è solo illusione di libertà, di potenzialità illimitata e inespressa. Tutto è riflesso da uno specchio deformante, che nella caricatura attenua il divertimento, recuperando quanto possibile da quanto già scritto. Se tutto funziona, non molto sorprende, intrattiene senza tanto coinvolgere perché la formula magica, diluita, ha perso vigore.
giovedì 11 ottobre 2007
SICKO! di Michael Moore
Dal reportage Moore ricava tecnica e stile, esilità della troupe, macchina in spalla, fotografia non curata, andamento pseudo-giornalistico dell’intervista, come pure l’ingombrante presenza in campo del regista che aliena qualsiasi presupposto di finzione. Moore, così facendo, si è costruito un’iconografia perfettamente riconoscibile (stazza non indifferente, cappellino da baseball e occhiali spessi, maglietta e giubbotto), incarnazione militante del cittadino medio (di Flint, Michigan, come ama ripetere), eppure informato, curioso e beffardo.
Molto si è dibattuto sulla faziosità di Moore, sul taglio grossolano e univoco imposto al materiale trattato. In effetti, un tale atteggiamento risulterebbe criticabile in un serio reportage, ma rimane lecito all’interno di una pellicola d’autore, in un cinema che è, come sempre dovrebbe essere, l’espressione in forma di film di pensieri e opinioni personali, della propria visione del mondo, dove soggettività e autonomia di pensiero non possono venir sindacate. Moore però, pur non tralasciando l’informazione necessaria, esprime un’opinione, opinabile e fallace forse, ma indubbiamente personale. Ed è proprio la costante di Moore stesso, trasformato in personaggio riconoscibile con la macchina da presa al seguito, a rendere i suoi film delle narrazioni in prima persona. Perché il suo cinema è pura satira, ossia l’utilizzo dello sberleffo e dell’ironia come pungenti armi accusatorie nei confronti di ciò che lo indispone, e cela, sotto l’apparente facezia e la bonarietà del narratore, una precisa visione del mondo. Uno stile personale che si maschera da documentario e che, pertanto, favorisce le critiche di manipolazione e parzialità di chi al genere dell’inchiesta filmata fa riferimento, ma che invece si rifà appieno alla tradizione satirica della messa in berlina dei potenti e della evidenziazione delle ingiustizie, assumendo il tratto e l’aspetto dell’uomo medio che dice l’ovvio, ma che si basa su una messe di informazioni attendibile e verificabile. Al pari, in Italia, della tanto osteggiata satira politica, che si esprime da piazze cittadine e telematiche mentre è bandita da teleschermi e giornali con l’incriminazione di non far ridere e di rinunciare al sorriso per il ghigno, il cinema di Moore altro non è che la rivelazione, in forma beffarda e esasperata, di una verità personale, resa a tutti leggibile tramite il comico. Se l’indignazione sceglie la causticità come espressione di non sottomissione, la comicità che ne deriva non è semplice veicolo di alleggerimento bensì il mezzo di una maggiore incisività. Il sorriso, diventato sardonico, è più agghiacciante e indelebile, un j’accuse ben visibile, comprensibilmente espresso da un preciso personaggio.
I film di Moore sono pura esasperazione, deformazione efficace della realtà che si esprime attraverso il capovolgimento e il paradosso (in Sicko, tutto lo spezzone cubano), porgendo un unico punto di vista ingrandito dall’espressionismo stilistico. Ogni autore satirico parla ad un pubblico specifico, al quale manda messaggi decodificabili, con cui spartisce un retroterra di riferimenti immediatamente evidenti e, nel contrasto tra leggerezza di tono e serietà del soggetto, aiuta l’emergere di una consapevolezza inedita, impone un maggior grado di informazione che l’ironia contrabbanda per intrattenimento.
E Moore altro non è che un intrattenitore istrionico il quale, come in una sua vecchia serie televisiva (The Awful Truth, 1999-2000) trasforma affollate convention in sedute di contro-informazione, che assume il ruolo dell’americano provinciale medio a cui concede la consapevolezza della propria condizione. Divertente e, pertanto, efficace, Sicko (come gli altri film di Moore) è una barzelletta amara, una vignetta satirica, un aneddoto caustico sullo stato dell’Unione, sullo smarrimento di quel sogno americano di uguaglianza e giustizia che si è rarefatto negli anni ma che il governo e i poteri forti usano solo come vaga invocazione apotropaica, per saldare e scaldare gli animi e tenere a bada gli spiriti maligni della delusione e del disagio.
Il cinema di Moore è una rilettura a puntate di questo sogno infranto; sfruttando il vasto e naturale set degli Stati Uniti usa la forma apparentemente innocua dell’assenza di finzione per evidenziare la verità del messaggio, e l’ironia per dare più efficacia all’indignazione. È un cinema utopico e beffardo, espressionistico e cinico che, rinunciando totalmente alla mediazione intellettualistica di una narrazione a tutto tondo (in cui Moore si è cimentato, con esiti disastrosi: Canadian Bacon, 1995), fa affiorare sullo sfondo la visione ipotetica di un mondo almeno un po’ migliore.
Io non sono qui di Todd Haynes
A differenza degli altri biopic, ricostruzioni più o meno cronologiche della vita di personaggi famosi, Todd Haynes non cerca la verità storica. Anzi, dissipa immediatamente ogni dubbio spezzando la personalità di Bob Dylan in svariati personaggi e lasciando che ognuno di essi viva autonomamente, nel suo tempo, a suo modo e con quella specifica identità anagrafica fittizia che imprime al singolo spezzone del film uno stile peculiare. Io non sono qui, come recita il titolo, mira a deviare dalla verità biografica per arrivare ad una più profonda sincerità, esistenziale e psicologica, costruisce un ritratto poliedrico di un personaggio proteiforme e contraddittorio che ha sempre amato nascondere parte della realtà (sin dal proprio nome) e che non si è mai curato della supposta illegittimità dell'incoerenza.
Pur rifacendosi alla percezione pubblica di Dylan nei suoi diversi aspetti (politico, retorico, intimo, musicale) e affidando ciascuna visione ad un interprete ben distinto, pur sfruttando l'iconografia dell'epoca per ricostruzioni parziali del percorso storico del cantautore, Haynes tenta di ritrarre la persona dietro ai personaggi, sebbene questa "persona" spesso altro non sia che un'ulteriore maschera. E abolisce la struttura cronologica, spostandosi nel tempo e nello spazio, con un filo conduttore narrativo che si avvale principalmente della metafora, dell'assonanza con la cronaca e di mezzi espressivi disparati. Così il viaggio nella personalità di Dylan è anche l'attraversamento di un certo cinema, dalle avanguardie storiche a quelle delle nouvelle vague più impegnate, senza tralasciare il l’onirismo di Fellini o di Cocteau, né il percorso registico dello stesso Haynes, fatto di sperimentazione poetica e di devoto, consapevole calligrafismo, cangiante a seconda dei mezzi e dei temi dei film. Il regista trova in Dylan un soggetto a lui consono e, al di là della fascinazione per la personalità del cantante o per la sua musica, compone col menestrello di Duluth una tappa di un percorso d'autore coerente, la cui mutevolezza apparente nasconde una profonda unità tematica.
Le inquadrature sono spesso mobili, carrelli laterali che avanzano lentamente come un panorama visto dai finestrini di un treno o di una macchina in movimento. Il film è un viaggio in un'identità che si sottrae alle definizioni, che guarda e rielabora un mondo che a sua volta la spia e vorrebbe decifrarla, mentre le due parti si scrutano dai lati del vetro vedendo il proprio riflesso. Attraversando ricostruzioni di finzione, lo stile giornalistico dell'intervista e del reportage televisivo necessariamente frustrante, l'evocazione storica, la ricostruzione ipotetica, la metafora intima, o la fedele illustrazione delle musiche e dei testi, il film ricerca la definizione di un' identità evanescente e variabile, spostandosi costantemente tra l'intimo e il pubblico, tra la persona e il personaggio. Quando più si attiene alla riconoscibilità esterna dei segni noti ed è inserito nel suo tempo, Dylan è guardato dall'esterno, scrutato con la stessa insolenza curiosa dei suoi contemporanei, mentre la narrazione in prima persona prevale allorché Haynes tenta l'introspezione, si allontana dal dato storico e biografico per parlare per immagini, preferisce alla cronaca la poesia, quel linguaggio figurato, traslato e criptico, che abita i testi del cantante e che finisce, più di un comizio o di una confessione autobiografica, a trasmetterne un'intima verità. Io non sono qui è un percorso visivo ed emozionale in musica, non sempre subito decifrabile, la cui libertà stilistica è il segno di un atteggiamento narrativamente disinvolto che rifiuta ogni conformismo e predilige la sincerità di una scelta fuori dagli schemi, che sono sempre altrui, dando parole e voce ad immagini evocanti Dylan.
Più volte nel film si afferma l'impossibilità di essere capiti. E in fondo, l'inutilità di esserlo. Ognuno ha le sue ragioni, sebbene a volte siano oscure a se stessi. Rimane solo la libertà di accettare le proprie contraddizioni, cercare quell'onestà interiore che è l'unico sinonimo accettabile e riconoscibile di libertà, interiore e sociale, i cui parametri sono però individuali e mutevoli, e che si può a volte apparentare alla felicità. Il resto, solo supposizioni.
martedì 7 agosto 2007
Harry Potter e l'Ordine della Fenice di David Yates
Esempio di serialità cinematografica, la saga dell’aspirante maghetto, rispetto ai canoni televisivi, sviluppa puntata dopo puntata l’arco mitologico avventuroso, tralasciando lo sviluppo psicologico dei personaggi, ogni film definendosi quasi esclusivamente come una tappa di avvicinamento alla conclusione e al disvelamento dell’arcano.
I personaggi, compatibilmente con l’ambientazione favolistica, sono tratteggiati senza sfumature, con poche variazioni, se non anagrafiche, sul rispettivo “tema portante”, una caratterizzazione che rimane pressoché identica da un episodio all’altro. Ciò che importa conoscere in questa trasposizione magica del sistema scolastico inglese, è la vicenda di Harry, il suo misterioso passato, le radici del malessere e la predestinazione che ne ha condannato i genitori. Solo questo aspetto viene progressivamente messo a fuoco dai film, diversificati dalla maggiore o minor bravura del regista, ma sostanzialmente impegnati a dissipare questi misteri più che a caratterizzare i personaggi o a sviluppare linee narrative trasversali o parallele. E Harry, con l’avvicinarsi dell’epilogo, lontano altri due film, si fa più centrale, i compagni d’avventura sempre più marginali, comparse ben note ma fuggevoli.
Ironicamente, Radcliffe sembra invece attraversare il film con attonito timore, come se qualcosa dovesse da un momento all’altro sbucare da una parete per terrorizzarlo, lo sguardo un po’ fisso dietro agli occhialetti tondi, mentre i comprimari paiono mostrare un maggiore interesse per la recitazione o i personaggi, benché rimangano penalizzati dall’economia fantasmagorica del progetto. L’esordio del film, con il balenare degli spiriti nella campagna inglese, la stilizzazione fotografica nel contesto realistico (la dominante blu ripresa dal Prigioniero di Azkaban), sembra promettere una sterzata della saga, benché questa torni poi ai suoi consueti canoni, distinguendosi dai precedenti solo per una vicinanza quasi fisica ad Harry, con primissimi piani e dettagli, l’approfondirsi dell’elemento onirico e l’insinuarsi dell’incubo nella realtà.
Ma i tormenti passati, incuneati nel presente ad avvertire dell’imminente minaccia, diventano un attento e pedissequo riepilogo delle puntate pregresse, rileggono il tessuto cinematografico per farne riemergere la trama e tirarne le somme in vista di snodi futuri. “Negli episodi precedenti”, si direbbe in tv, ambiente frequentato assiduamente (e con buon i risultati: State of Play, Sex Traffic) dal regista David Yates, già promesso alle redini della prossima puntata. Eppure, la pomposità degli effetti speciali, una certa meccanicità dell’impianto, la sbrigativa definizione delle psicologie, l’assuefazione al pubblico adolescenziale di riferimento, il catalogo vivente di attori britannici di fama internazionale (tutti elementi assenti dai lavori televisivi di Yates), limitano l’incisività di una saga che forse solo con Cuaròn aveva trovato un regista capace di fondere divertimento con un minimo sindacale di attenzione per il racconto o per le immagini, ma anche infondere una certa inquietudine che permaeva la pellicola e permetteva ai personaggi di emergere e di subentrare ai giocattoli tecnologici o magici onnipresenti e sempre più ingombranti.
lunedì 23 luglio 2007
Grindhouse - Death Proof / A prova di morte di Quentin Tarantino
Parte di un doppio spettacolo (Grindhouse) assieme al film di Rodriguez, al suo interno diviso in due capitoli autoconclusivi, l’ultima opera di Tarantino gioca spudoratamente con le citazioni trasformandosi, per volontà stessa del suo autore, in un’apologia del feticcio. Sin dalle prime inquadrature, piedi nudi, corpi femminili in abiti succinti, icone cinematografiche replicate, poster di film dislocati ovunque fanno di Death Proof un film che incessantemente rimanda ad altre pellicole, ad altri mondi, ad un immaginario usurato come la pellicola stessa, piena di salti, slabbrata nel sonoro, segnata nella fotografia. Tarantino non crea un mondo autonomo ma del tutto dipendente da altri, un film “referenziale”, interconnesso con le sue opere precedenti (personaggi che tornano, situazioni che si ripetono), ma soprattutto costruisce un universo derivato, un cinema di seconda mano in cui tutto è rimando, citazione, strizzatina d’occhio. È cinema di seconda mano, già masticato e digerito, quindi perfettamente malleabile per essere reintrodotto in una narrazione, nuova e spuria al contempo, pesantemente contaminata da apporti esterni ma sufficientemente forte da sorreggersi sulle proprie gambe autorali. Tutto è doppio e duplice nel film, non solo strutturalmente. I corpi sono rimandi, i film sono poster datati, le trame pretesti, i nomi stessi un’eco (Sydney Poitier, Jordan Ladd), i corpi controfigure (le vere stunt di Kill Bill), i generi frullati (Blaxpoitation, Sexploitation, horror seriali...), le musiche riciclate. Sembra di assistere all’incubo personalizzato di un cinefilo maniacale (il film ha effettivamente un andamento onirico e ovattato) che ha macinato migliaia di vhs rovinate nel retro del suo noleggio video, divertendosi poi a riscrivere la sommatoria integrale e coordinata dei propri feticci in una commistione di passato usurato (gli Anni Settanta) e scanzonato presente.
Parlando in termini televisivi, Death Proof è uno spin-off, un film derivato, una variazione sul tema. E con il mondo della serialità Death Proof ha molti punti di raccordo. Quasi tutto il cast proviene dalla televisione (o dall’horror), per imprestito diretto (Cold Case, C.S.I: N.Y., Streghe), per sole comparsate (Grey‘s Anatomy, Crossing Jordan), addirittura per parentela (la figlia della Charlie’s Angel Cheryl Ladd). Il film stesso è diviso in due episodi autonomi, secondo i dettami della serialità classica, con la ripetizione di una schema, la riproposta della stessa situazione e di un personaggio ricorrente. Anzi, i due capitoli sembrano il pilota e l’epilogo delle scorribande seriali di Stuntman Mike, l’inizio e la fine delle sue avventure, raccontate con la serietà di Hazzard.
Ma anche gli attori prettamente cinematografici, come Kurt Russel, rifanno un personaggio già visto al cinema, una versione incarognita di Jena Plissken protagonista di due film di Carpenter; Stuntman Mike cita come momenti fulgidi della propria carriera varie serie tv degli Anni Settanta (periodo a cui risale l’esordio attoriale di Russel, sul piccolo schermo in quelle stesse serie). Del resto, Tarantino ha sempre affermato di apprezzare, a giusto titolo, la serialità televisiva americana, prestandosi a dirigere una doppia puntata di C.S.I. (finale della stagione 5) e una di E.R. (stagione 1). In entrambi i casi, la zampata autorale era presente, ma ben circoscritta ai parametri della regia televisiva, tanto da sottolineare solo alcuni tratti e lasciando invece scorrere inalterato il flusso narrativo e stilistico pregresso.
Tarantino sembra sottoporsi al medesimo imperativo in questo ultimo film, lavorare secondo un palinsesto consolidato, ricalcato perfettamente dai codici preesistenti del film di genere, arricchendolo di rimandi personali, infarcendolo di private joke alla propria carriera e al proprio cinema di riferimento ma senza snaturarne il concetto d base con eccessive ornamenti. Se il suo cinema precedente, dopo l’esordio tendenzialmente noir, poteva inscriversi nella categoria del post-moderno per come le citazioni diventavano il materiale stesso da cui si dipartiva la narrazione, adesso Tarantino sembra aver spinto l’acceleratore, portato i motori al massimo e voler rischiare a tutti i costi il collasso o la collisione. La narrazione si è fatta da parte parcellizzandosi in scene autonome, sorrette da un collante generico e pretestuoso. L’idea di partenza prevale sull’idea di cinema, la citazione sull’invenzione, la descrizione sulla narrazione, pur rimanendo entro i criteri e i canoni di una regia calibrata, pur nell’eccesso, e intensa, nella frammentazione, divertita e perfettamente consapevole, che infine distingue ogni lavoro di Tarantino da quelli, pur omologhi, dell’amico Rodriguez, il quale quasi mai riesce a trascendere la devozione cinematografica e il gusto goliardico in autonomia e originalità registica.
Il meta-cinema di Tarantino è puro divertimento, infantile e sottilmente perverso, compiaciuto e sentito al contempo, una ribellione quasi necessaria al piattume pirotecnico circostante, in cui i grossi budget sono inversamente proporzionali al coraggio, in cui la narrazione si appiattisce per non scontentare nessuno e appagare l’adolescente di turno con roboante fumo negli occhi.
C’è una presa di posizione viscerale di sentita protesta nel cinema di Tarantino, che si adatta ad un’apparente mercificazione del tessuto cinematografico secondo stilemi seriali e di genere per rivendicare un’autonomia ossessivamente e orgogliosamente personale, risputando in faccia al cinema che lo circonda un modus operanti seriale, per cercare di sensibilizzare i colleghi attraverso quella che ormai è, per sinteticità, capacità narrativa, profondità psicologica, consapevolezza politica e capacità innovativa e sperimentale, la più moderna ed evoluta forma di intrattenimento audiovisivo americano: la serialità televisiva.
E allora forse non è casuale se Stuntman Mike, personaggio cinematografico, è un serial killer psicopatico, un assassino senza senno, infime ucciso dalla sua stessa presunzione e le cui vittime designate siano più o meno collegabili allo schermo televisivo. La statica applicazione degli stessi principi, la volontà di procedere imperterrito su schemi noti non può che portarlo al fallimento, quando il moto d’orgoglio della vittima designata si allea ad un’abilità inedita che gli farà subire, per ironia della sorte e del regista, la stessa fine che aveva in serbo per le donne. La tv avrà (e già ha) il sopravvento, niente è a prova di morte. E in fondo questo fa parte del divertimento.
sabato 21 luglio 2007
Ocean's Thirteen di Steven Soderbergh
I Fantastici Quattro e Silver Surfer di Tim Story
Transformers di Michael bay
martedì 29 maggio 2007
Zodiac di David Fincher
Il killer dello Zodiaco, in altre parole, ha raggiunto il suo scopo. Scoppiato in pieno periodo pop warholiano, dei 15 minuti di celebrità a cui tutti hanno diritto, l'assassino è assetato di un riconoscimento pubblico e lo persegue ad ogni costo inviando personalmente lettere ai giornali, sfidando polizia e giornalisti, rivolgendosi direttamente a chiunque si interessi a lui. Capace di sfruttare i mezzi di comunicazione di massa per fare appelli, per concedere interviste in diretta, per mandare messaggi e indizi, Zodiac è un movimentista mediatico che usa l'omicidio per ottenere la ribalta, un sociopatico assetato di protagonismo anonimo. Di lui si deve riconoscere il segno, il soprannome, il simbolo, il linguaggio peculiare, il "codice linguistico", il marchio di fabbrica: Zodiac è il serial killer nell'era della riproducibilità di massa, che ricicla i segni della società dello spettacolo, ne sfrutta gli stimoli, si riduce a maschera per moltiplicarsi su tutti i media, ben attento alla comunicazione e massima visibilità delle proprie gesta. Gli anni Sessanta sono anche il periodo di rinascita dei supereroi e Zodiac, sulla falsariga dei fumetti Marvel, è un supereroe negativo con tanto di simbolo e maschera, inserito nella società del tempo e in città vere (e non nelle fantasiose Metropolis o Gotham dei DC Comics), diventa la personalizzazione dell'assassinio, quasi sempre gratuito ma griffato e quindi a lui ascrivibile.
Regista abile e molto a suo agio nella descrizione di una vicenda torbida e un po' confusa che ha accompagnato la storia recente degli Stati Uniti, Fincher porta Zodiac al cinema in un film corale il cui unico protagonista è necessariamente fuoricampo (almeno quel tanto che basta per una non completa identificazione), un fantasma mediatico che uccide, incide sulla memoria collettiva e sfugge. Fincher abbandona il proprio vistoso virtuosismo tecnico e tralascia le appendici pubblicitarie per concentrarsi sulla narrazione, lineare e articolata, realizza un film molto attento alla precisa caratterizzazione dei numerosi protagonisti. L'ossessione pubblica alimentata da Zodiac torna privata tramite Robert Graysmith, il personaggio di Gyllenhaal, colui che più si è avvicinato allo smascheramento dell'assassino. Sono due ossessioni a confronto, tra il killer in cerca di eco e il profiler dilettante in cerca della verità, perone borderline e antisociali, speculari e opposti, per i quali conta il mutuo riconoscimento, guardarsi negli occhi, come afferma Gyllenhal, sapere la verità ma anche specchiarsi in essa. E forse non è un caso se è un vignettista a quasi identificare un supernemico da fumetti.
Sullo sfondo della ricerca dello Zodiaco è il trascorrere del tempo. L'elemento cronologico, insistito dai numerosi titoli in sovrimpressione con la data, accompagna l'indagine con fedeltà cronachistica. Come la crescita di una città, il passaggio dagli Anni Sessanta ad oggi, l'evoluzione dei vestiti e dei comportamenti, dei mezzi di comunicazione, anche Zodiac si inserisce tra i segni riconoscibili del progresso sociale degli Usa, come il grattacielo del Trans-American Building che, da cantiere informe, si staglia infine nella sua sagoma riconoscibile sullo skyline di San Francisco, tappa tutte necessarie di un'efferata modernità in divenire.
Dopo aver dominato il palcoscenico televisivo e giornalistico, Zodiac rimaneva in attesa della consacrazione suprema, di un film a lui dedicato che lo immortalasse nell'empireo dei grandi assassini. All'epoca in cui agiva, il cinema manteneva un fascino ancora inalterato dalla diffusione della televisione, mentre un serial killer di oggi preferirebbe essere oggetto di un reality o all'origine di un format (Chi vuol esser l'assassino?). Fincher realizza finalmente il desiderio di Zodiac e il film stesso sembra accompagnare l'evoluzione del cinema. Se si modella sulle pellicole investigative degli anni Settanta come Tutti gli uomini del presidente, Zodiac sembra un ibrido tra quei film e le serie tv attuali, forse le più degne eredi del miglior cinema americano. In esse la scienza comportamentale, introdotta e sviluppata da John Douglas proprio negli anni della vicenda dello Zodiaco sulla base dello studio di casi chiariti di assassini seriali, si è ormai diffusa pandemicamente sin quasi alla banalizzazione, terreno fertile di narrazione avvincente, ma anche cupo riflesso di tempi e timori odierni ("E' vero, lo dice la tv" è una battuta del film).
Perché Zodiac è un film sociologico, senza tesi o dimostrazioni, in cui elementi sono raccolti e mostrati, come tracce indiziarie in un'inchiesta senza conclusione, ma un fedele ritratto dell'evoluzione della società, del cinema, del serial killer. L'assassino rimane misterioso, ma ormai tutti possiamo riconoscerlo in azione.
mercoledì 16 maggio 2007
Spider-man 3 di Sam Raimi
Non esiste la terza dimensione sulla pagina di un fumetto, ma la trasposizione cinematografica non può non tener conto dell'illusione di realismo che il mezzo comporta. Ma in questo debole capitolo delle avventure dello stupefacente uomo-ragno, niente sembra avere massa. Né le figure volanti in combattimenti per lo più aerei, né l'arci-nemico di sabbia, incorporeo per definizione e molto defilato nella trama, nemmeno Goblin jr, colpito da amnesia tanto da dover ricominciare la trafila da amico e figlio orfano prima di rendersi conto delle proprie potenzialità negative, ma poi redimersi. Così come non ha spessore vero la metafora ambulante del simbionte, capace di trasformare ogni persona nel suo lato oscuro, puro pretesto narrativo per far affrontare a Parker i propri demoni interiori e l'immagine speculare di sé incarnata dal nuovo fotografo, con cui condivide, al di là di una vaga somiglianza fisica, temporaneamente il lavoro e la ragazza, e infine anche i superpoteri in uno scontro del tutto esistenziale e simbolico. Nello sdoppiamento obbligato di ogni personaggio (compresa la schizofrenia di Goblin), Mary-Jane (raddoppiata in Gwen Stacy) rimane ingabbiata nel ruolo di damigella urlante in pericolo, a scapito delle potenzialità del personaggio e dell'attrice che, come invece fa Maguire, non bamboleggia per l'intera pellicola.
Tutto è molto scritto, detto, mostrato, mentre la narrazione balzella qua e là, a volte a suon di musica, a volte come un cartone animato, quasi mai come un film. Più che la conclusione delle puntate precedenti, citate nel testo e nei titoli di testa, assistiamo all'anticipazione di quelle successive, ad un trailer lungo 130 minuti in cui si assaggiano brevemente tutti gli ingredienti dei film a venire, lasciandoci con la stuzzicante fame per quanto intravisto. Tra commedia a volte godibile, fumettone superfluo, un drammone lacrimoso, Spider-man ha perso l'identità. Ma forse questo è anche il suo senso, metatesto speculare al film stesso.
mercoledì 9 maggio 2007
The good sheperd – L'ombra del potere di Robert De Niro
Un grigio Matt Damon inizia la giornata da banale travet, passa dall'entrata secondaria di un edificio, sbriga gli affari correnti, spedisce soldi a Cuba, contatta informatori, pianifica un colpo di stato, svolge gli ordinari compiti quotidiani di responsabile del controspionaggio della CIA.
Il film non gronda retorica ed è quasi privo di azione. L'azione è altrove, fuori dagli uffici in cui tutto si decide, in cui si muovono le leve dei rapporti di potere; mentre la storia scorre rapidamente sullo sfondo, la narrazione avanza lentamente, quasi con la passività del protagonista che vive la propria missione da semplice funzionario, ingranaggio importante di un gioco più grande al quale sacrifica tutto. Lo spionaggio è una continua erosione, dell'anima, degli affetti, del corpo stesso, divorato dal cancro o dal diabete, una malattia terminale che finisce con il corrodere la politica internazionale con i mezzi della controinformazione e dalla diffamazione, sbriciolare la stessa democrazia.
Il pastore del titolo non è la saggia guida del gregge bensì colui a cui tocca scegliere l'agnello sacrificale, la pedina decisiva da immolare come male minore per un migliore risultato. The good sheperd nasconde in effetti un sottotesto cattolico piuttosto forte. Wilson, il personaggio di Damon, ha una visione quasi ascetica della devozione alla causa che niente ha a che fare con la retorica nazionalista bensì con la semplice volontà di svolgere al meglio il proprio compito, con la sola certezza della necessità della propria funzione al di là di qualsiasi giudizio morale. Esegue gli ordini emanati da un'autorità suprema, sceglie un celibato virtuale vedendo negli affetti una debolezza terrena ingiustificabile e inconciliabile con la propria missione. Wilson vive ogni scelta come repressione, come sacrifico necessario dei sentimenti e della verità interiore, come autodafè della felicità, utopia impossibile e mai appieno contemplata dalla impassibilità di uno sguardo attento a non distrarsi con le emozioni, gli affetti o con la vita stessa che scorre a lato, quasi impenetrabile nella sua logica terrena. Egli raffrena qualsiasi impulso, si nega ogni ombra di allegria, è incapace di concedersi qualsiasi appagamento se non dolente e colpevole, a cui consegue una giusta punizione espiativa. L'Agenzia è l'emanazione di una confraternita universitaria (Skull and Bones), loggia massonica impermeabile agli estranei che ha da sempre gestito il potere in America, una struttura parareligiosa che codifica nell'iniziazione l'umiliazione dei consociati, la subalternità dell'individuo, la segretezza e la complicità reciproca come necessità, una confraternita esclusivamente maschile che emana misoginia e omosessualità latente, in cui le donne sono solo un necessario addobbo.
Attraverso lo sguardo fisso di Damon, appena venato di sofferenza domata, De Niro descrive la deriva della democrazia diventata, dopo la guerra mondiale e in preparazione della guerra fredda, un gioco a rimpiattino tra campi avversi, incarnati nel film dalla sfida a distanza tra Wilson, Madre nel gergo spionistico, e il corrispettivo sovietico, Ulisse. Questo ritratto di un mondo passato, in cui i nemici erano ben identificabili e solido nella reciproca necessità di un antagonista, viene sviluppato in un'ossessione reciproca tra i due antagonisti che rasenta l'innamoramento, entrambi pastori (spesso si incontrano in chiesa), missionari delle rispettive religioni secolari e gli unici capaci di appieno comprendersi e stimarsi.
The good sheperd, pur avallandosi di un cast molto ricco, sceglie una recitazione e una narrazione dense di sfumature, senza sottolineature, senza prolissità di dettagli. Come nei dialoghi, molto viene accennato, un amore si condensa in un sorriso triste, una smorfia di dolore o una risata sardonica. I dettagli della vita sono quasi fuori campo, presenti ma secondari, evocati con precisione e appannati dalla brevità. E nella anaffettività colpevole di Wilson si respira l'atmosfera di commessi viaggiatori al tramonto, la morte interiore di commesso governativo che ha speso la vita all'ombra del potere e a cui rimangono le briciole di un'esistenza ipotetica e ormai svanita.
mercoledì 2 maggio 2007
Sunshine di Danny Boyle
Il viaggio della Icarus II verso il sole nel tentativo di ricaricarlo con un ordigno nucleare da far deflagare all’interno della stella e ridare vita alla terra, agonizzante sotto i ghiacci, risente di atmosfere derivanti da altri film di simile ambientazione, Event Horizon, 2001, Alien. Ma, pur sullo sfondo siderale e nell’aspetto generico da blockbuster catastrofico, Sunshine rimane fondamentalmente fedele ai temi cari a Danny Boyle, alla fascinazione per un mondo astratto e attratto dalla perdita di sé, in cui i personaggi coltivano un’utopia lisergica di isolamento sociale e ricerca interiore. Fricchettoni high-tech, anche i componenti dell’equipaggio incaricato di salvare il genere umano si alienano a poco a poco dall’universo circostante, dal vuoto spaziale per cercare un solitario vuoto interiore. Ma questa ricerca di assoluto si scontra con il desiderio di assolutismo di un singolo che trasforma il sogno lisergico in bad trip orrorifico, scatenando una caccia all’uomo che trascina il film verso l’action movie ad eliminazione rapida dei personaggi. Sunshine rimane quindi coerente con i percorsi trascorsi di The beach o 28 giorni dopo (e in parte di Trainspotting) in cui la deriva fascistoide di un personaggio, l’illusione di onnipotenza tradisce il comune desiderio iniziale, fa deviare la narrazione e la quasi raggiunta felicità, sinonimo di equilibrio interiore, verso l’incubo.
Ovviamente, la vicinanza al sole, fonte di vita dell’intero sistema planetario, accresce la potenzialità distruttiva dei deliri assolutistici facendo di uno dei personaggi un serial killer cosmico con la presunzione di voler essere l’ultimo uomo nell’universo in modo da poter parlare direttamente con Dio. Se il ritorno alla polvere è inevitabile, che almeno sia polvere di stelle. Il lunatico solare sabota così la missione e massacra voluttuosamente i compagni di specie, dopo aver irrimediabilmente danneggiato il primo Icarus e fatto fuori l’altro equipaggio. Se i suoi piani ovviamente falliscono, l’ultimo sopravvissuto vive comunque (per pochi istanti) l’illusione di una simile esperienza, sebbene variata di grado: si trova al cospetto del mistero cosmico, ovvero del potere di rigenerare la vita. Gli angelici tratti di Cillian Murphy, ultimo salvatore degli uomini attraverso l’offerta del sacrificio personale, non fanno che rafforzare le conseguenze mistico-esistenziali derivanti. In Sunshine si assiste all’opposizione tra due forme di religiosità egocentrica, un’attitudine contemplativa privata e autoreferenziale, benevola, e un’autocelebrazione aggressivamente predatoria, distinte solo nella imposizione o meno del sacrificio, offerto o esatto a seconda del caso. Il new age cosmico di Boyle si traduce anche visivamente in tentazione allucinatoria: le strane immagini subliminali del vecchio equipaggio inserite nel momento di contatto tra le due Icarus, insistite inquadrature di dettagli del viso o degli occhi, i riflessi abbaglianti ed astratti, la forma perfettamente sferica e misteriosamente volubile del sole, l’ambiguità intrinseca di un calore devastatore e rigenerante.Il film vorrebbe farsi via via più evanescente, perdere corporeità e pesantezza, tendere all’astrazione teoretica kubrickiana nella sintesi dei contrasti, ma l’attrazione parossistica e autodistruttiva verso la luce fa del film, e dei suoi personaggi, una fragile falena che si brucia al cospetto di una stella troppo luminosa, cadendo come Icaro, per troppa ambizione e temerarietà. Rimane divertente che Doyle abbia scelto come co-protagonista Chris Evans, un attore attratto dai ruoli flambé, visto che ha vestito e vestirà i panni ardenti della Torcia umana nei Fantastici 4.
martedì 10 aprile 2007
Saturno contro di Ferzan Ozpetek
Allora tutto è vano, e non ha senso perdersi in menzogne o mezze confessioni, al dolore sotterraneo del sotterfugio e dell’omissione, alla crudeltà gratuita della finzione. In tutta onestà, i personaggi assumono le proprie responsabilità in quella famiglia allargata dalla consapevole scelta dell’amicizia e consolidata dalla complicità della franchezza, in cui i rapporti possono cambiare di senso ma non di tenore. Saturno contro guarda con franchezza e sincerità partecipe ad un gruppo che vuole essere onesto, ed a volte impara ad esserlo nel mutuo riconoscimento di un’affinità elettiva o del reciproco rispetto.
E si esce infine dalla sala pervasi da una strana serenità, che a sorpresa scaturisce da un film in cui la morte ha un ruolo ed un peso così preponderanti, ma in cui prevale la vitalità della differenza, la possibilità di essere, almeno per un istante felici ed appagati, con la consapevolezza di poterlo appieno assaporare proprio riconoscendone la fragilità.
martedì 3 aprile 2007
Million Dollar Baby di Clint Eastwood
Girato quasi esclusivamente in interni sporchi e spogli, con contrasti fotografici pressoché espressionistici per l'evidenza dei chiaroscuri, Million Dollar Baby vede il protagonista aggirarsi nel buio della propria palestra, nascondersi alla vita per cercare di lenire le ferite di un'esistenza non esaltante (l'abbandono della figlia, il senso di colpa per aver causato la perdita di un occhio del suo amico, Morgan Freeman), fino a quando, inaspettata e non voluta, un'aspirante pugile (Hillary Swank), non più giovanissima, gli chiede di insegnarle a combattere e di diventare il suo manager. C'è forse amore nel rispetto reciproco, una solidarietà tra emarginati, la comune voglia di sconfiggere l'ingiustizia di una vita grama e ingrata cercando la rivalsa e un briciolo di felicità, assieme alla dignità di potercela fare, almeno un'ultima volta. Ma la soddisfazione sarà breve, l'illusione dolorosa e la disfatta definitiva.
Recitato con dolente attenzione alle sfumature, girato con modestia, Million Dollar Baby ha meritato tutti gli oscar incassati e fa appieno parte dell'opera di un autore, tormentato nei contenuti quanto sereno nella narrazione, ormai dedito ad un cinema elegiaco e sofferto, striato di melodramma e confinante con la tragedia, soprattutto sempre profondamente umano.
Old boy di Chan Wook Park
Il plot è semplice, la variazione amorosa apparentemente scontata, ma mentre avanza, il film rivela la capacità di ribaltare ogni situazione, tutte le digressioni si trasformano in sviluppi logici della trama. La violenza, evidente e spesso esplicita, può anche disturbare (denti tolti a colpi di martello, polipi mangiati vivi), ma lo stile del film è grottesco e la stilizzazione attenua la ferocia, mentre la sceneggiatura allontana ogni parvenza di gratuità.
Girato con inventiva, con grande capacità ludica unita a una consapevolezza formale che richiama spesso Tarantino (e anche il tema della vendetta di Kill Bill), Old Boy rivela nello svolgersi una struttura speculare, con ricorrenza dei temi del doppio e della dualità, in cui tutto è anche il suo opposto e ogni cosa assume, ad una lettura più approfondita, un duplice e doloroso significato. Il film si dipana alla maniera di una seduta psicanalitica non sulle ragioni del male, ma sulla necessità quasi ontologica della vendetta come unica illusoria cura al dolore esistenziale, diventa un processo maieutico indotto di ricerca della verità, uguale e contrario a quello autoprotettivo della rimozione. E in questo contesto psicanalitico non sorprendono i precisi riferimenti alla pittura di Salvador Dalì (le formiche, gli orologi liquefatti di un tempo che corre ma non scorre, il desiderio del sesso e la sua paura).
Quello che si stabilisce tra i due antagonisti, il carceriere e il carcerato, non è un duello a distanza di tempo, bensì un complicato duetto tra colpe e abusi, tra dolore e tortura (fisica quanto psicologica), che si radica, in forma perversa, nel melodramma dell'amore e della morte.
The Jacket di John Maybury
Non ci sono infatti valenze strettamente politiche in questo film dell'inglese John Maybury ma molte implicazioni psicanalitiche, già assaporate nel precedente Love is the devil, delirio sessual-pittorico su Francis Bacon. Come la pallottola che lo ferisce, lo spettatore entra direttamente nel cranio del protagonista, si aggira tra sinapsi interrotte, ricordi, allucinazioni, proiezioni nel futuro o salti nel passato, e la guerra si risolve in uno zapping forsennato tra immagini di repertorio e reperti mnemonici del personaggio.
Al di là delle grandi linee della trama, che finiscono per chiarirsi, molti elementi rimangono volutamente irrisolti e contraddittori, tanto che ogni ipotesi che lo spettatore potrebbe fare per darsi delle risposte sembra essere valida all'uscita dalla sala oscura. Come oscuro è il percorso del protagonista, ferito in guerra (dove muore una prima volta) poi accusato di omicidio, quindi sottoposto a cure sadiche in un istituto per malati di mente, in seguito smarrito sul confine del Canada in un futuro in cui è già morto, pertanto costretto ad indagare sulle ragioni del proprio (secondo) decesso, scoprendo insieme un'inedita voglia di vita e libertà dal destino imposto. Il film si addentra così in pericolosi meandri filosofico-fantascientici, tra universi paralleli e paradossi temporali a cui il regista sceglie di non dare una definizione razionale, prediligendo una valenza psico-poetica o metaforica, tinta di melò esistenziale. Con pochi personaggi, ma tutti ricorrenti e presenti in differenti situazioni temporali e a diverse età anagrafiche, Maybury si addentra in un pericoloso limbo onirico di sapore lynchano in cui nessuno è del tutto chi sembra e il caso rimane il più cinico dei personaggi, ma non restituisce il fascino perverso che emana della cinematografia dell'autore di Mulholland Drive e, alla fine, lascia lo spettatore interdetto ma non rapito, confuso più che affascinato, nel dubbio di aver assistito ad un flash-forward in punto di morte, un memento mori dilatato e triplicato, al delirio di onnipotenza del protagonista, oppure al delirio di strafottenza di un regista che trasforma i loculi dell'obitorio in ambienti amniotici, i bambini iracheni in assassini disperati e, insieme, piccole vittime decerebrate.
Rimangono in mente la bravura ambigua di Adrien Brody, che alterna delicatezza e inquietante potenza, l'avvenenza della Knightley, la presenza, quasi iconografica, di Jennifer Jason Leigh, Kris Kristofferson o Kelly Lynch. E le nevi di un inverno ghiacciato e desolante che sembra inalterabile, mentre Iggy Pop, sui titoli di coda, rifà We have all the time in the world, alludendo forse al tempo necessario per dipanare le fila del film.
Cuore sacro di Ferzan Ozpetek
Se il percorso della protagonista rimane interessante e dignitoso, soprattutto in questo periodo di crisi del berlusconismo più rapace, così sterilmente indifferente al disagio circostante, l'aura di santità folle della Bobulova, quasi sorella dell'austera Kidman di Birth, rimane parzialmente incomprensibile, finisce col risolversi in un dibattito psicanalitico tra patologia e ascesi. Ma un finale paradossalmente paranormale, che vorrebbe giustificare l'irrazionale, sposta l'ambito del film su un terreno pericolosamente impervio, facendo scivolare il film Ai confini della realtà, al limite della Twilight Zone.
In Good Company di Paul Weitz
È la storia di una serie di tradimenti sentimentali su una base da 'commedia del lavoro': una rivista sportiva viene assimilata (più o meno come fanno i Borg di Star Trek) da una grande multinazionale e la sua "filosofia" viene riletta nei paradossali termini di sinergia industriale. Il capo delle vendite degli spazi pubblicitari, Dennis Quaid, si trova così sull'orlo del licenziamento e sottoposto, con rabbia, imbarazzo e reticenza, ad uno squaletto rampante con la metà dei suoi anni (Topher Grace).
Il copione non lesina critiche al sistema, all'assurdità delle politiche economiche su vasta scala, alla vanità di far soldi con il solo gusto dell'efficienza del bilancio. Eppure il tono rimane leggero e non mancano le occasioni per sorridere e ridere grazie alla commistione tra l'ambientazione, seria, nella redazione della rivista e gli spunti da commedia sentimentale che si sviluppano attraverso il personaggio del managerino. Emotivamente sfigato, questi non riesce a capire la felicità domestica dell'anziano collega, gliene chiede addirittura il segreto ("Basta trovare la persona giusta con cui fare il nido"), si invita a casa sua per non rimanere da solo a cena, si innamora addirittura della figlia, Scarlett Johansson. Il ragazzo rimbalza frastornato dalla moglie che lo abbandona alla ragazza che lo seduce con leggerezza adolescenziale ma poi lo lascia senza dolore, dalla sterile efficacia manageriale all'empatia con ogni interlocutore sino all'inaspettato licenziamento, ma non riesce mai ad afferrare il senso delle cose. O il loro valore. E in questa ricerca, senza in realtà capirla, abbandona tutto, ma per lo meno si sente meglio.
Senza retorica (anche se rischia il panegirico della famiglia perfetta), senza politica (ma le stilettate al simil-Murdoch potrebbero essere valide in ogni contesto, anche italiano), senza giungere ad essere un capolavoro, In good company è una valida commedia umanista, piacevole da vedere, eppure non superficiale.
Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi di Brad Silberling
Probabilmente però era proprio l'interprete ideale per il conte Olaf, il cattivissimo di Una serie di sfortunati eventi. È il maligno guitto che vuole a tutti i costi sopprimere i tre tristi orfanelli Baudelaire per depredarli dell'eredità (è il loro zio) e si scatena in fantasiosi travestimenti per uccidere qualunque altro parente cerchi di avvicinarli.
In un tempo imprecisato e totalmente fantastico, con adattamenti retrò di invenzioni moderne, il film usa tutto il cast tecnico di Sleepy Hollow di Tim Burton (fotografia, costumi, ecc.), sfrutta le acrobazie di Carrey, la situazione al limite del melodramma degli orfanelli, ma la butta sul comico cercando il grottesco. Mentre la voce fuori campo si affanna ad assicurare che siamo al limite dell'orrore, che non ci sarà mai un lieto fine per i tre sfigati piccini.
Ma i tre fratellini Baudelaire sono dotati di doti particolari e le loro qualità combinate riescono a trarli sempre d'impaccio: la primogenita Violet è un inventore, il fratello Klaus un tuttologo, un lettore onnivoro esperto in qualunque disciplina, la più piccola Sunny, che comunica solo con incomprensibili monosillabi, è dotata di ottimi dentini da latte con cui morde qualsiasi cosa.
Il film scorre però senza mordente, si sforza di convincere eppure non inventa molto, vuole combinare diversi temi ma non approfondisce nulla, cerca insomma di essere come i tre fratellini, ma alla fine somiglia di più solo a Jim Carrey, che a forza di strafare stanca e nessuno cade nell'inganno dei suoi travestimenti.