I
protagonisti dei film di Fincher non sono mai facilmente catalogabili in una
categoria, sono ambivalenti come le sue pellicole, che spaziano tra i generi e
spesso ne abbracciano più d’uno. Così Gone
Girl è un film cangiante, giallo e thriller tanto quanto melò e ritratto patologico,
procedural poliziesco e psico-dramma
familiare, tratteggio della crisi economica e sociale di un’America impaurita e
alla ricerca di mostri-capestro a cui addossare ogni peccato nel clangore della
trivialità televisiva che accusa e si autoassolve; ma è anche riflessione sull’indifferenza
e sul dolore, sulla percezione e sulla colpa, sull’immaginario e la sua
costruzione, tra mediocrità e meschinità, calcolo e megalomania.
Zeppi
di riferimenti pop a trasmissioni tv e a comportamenti codificati dalla loro
espressione audiovisiva, i dialoghi - e i monologhi - de L’amore bugiardo si fanno antologia di un panorama culturale
scontato e già visto, rimasticato dalle stesse vite dei protagonisti che, di
volta in volta, si incarnano in stereotipi noti e inconsapevoli, tra Sex and the City e Law & Order, attraversando CSI
e Six Feet Under, House of Cards e Le verità nascoste, senza rinunciare a Seven e Fight Club, senza scegliere mai un preciso e
definitivo referente, sia esso Hitchcock o Truffaut. Dal romanticismo
newyorkese alla noia suburbana, dall’amore molesto all’omicidio preordinato,
l’indagine poliziesca e la satira televisiva, abbozzo di rom-com e courtroom-drama
in nuce, ricostruzione dell’amato
come oggetto di desiderio condizionato, tra illusione sociale e l’allucinazione
patologica, malignità omicida e ossessione amorosa, il film cambia registro e
protagonista rimanendo caustico e diligente, classico e innovativo. La regia si
nasconde nella direzione degli attori, dalla perfetta ambivalenza, nella resa
plastica delle scene e in una rapidità del montaggio che cela una durata quasi
ipertrofica in cui si stipano due differenti film, due diversi protagonisti,
due contrastanti sentimenti, mentre tutti gli altri personaggi, pur perfettamente
trattati, diventano contorno di un piatto avvelenato nei suoi ingredienti
principali. Gli effetti più plateali si nascondono nelle scene volutamente disturbanti,
mentre altrove il malessere si diffonde placidamente nella banalità del
quotidiano e la inquina inesorabilmente, la avvelena e la vicenda narrata si trasforma
in spettacolo di intrattenimento criminale, di spudorato gossip sensazionalista.
Se è
consueto per il cinema orientale, coreano o di Hong Kong, il repentino
cambiamento di registro e di protagonista, il cinema americano sembra sempre
legato alla cardinalità di una sceneggiatura strutturata, coerente nel definire
un microcosmo di elementi utili ad ogni successivo sviluppo e alla prevalenza
di una figura riconoscibile in cui sia facile identificarsi; Fincher sembra invece
voler riunire entrambe le tendenze, concedendosi la precisione narrativa senza
le maglie stringenti della univocità, permettendo al film di spaziare e d’arearsi,
spostarsi improvvisamente altrove in una narrazione parallela che diventa
alternata alla precedente (e ad essa alternativa), mentre la trama, sulla scia
lunga di Fight Club, si concede il twist finale ma a metà racconto.
L’avvicendamento di separate linee di sviluppo è una classica derivazione
seriale, e la mescolanza di diverse tracce temporali è una più recente
innovazione di una medesima scrittura a puntate che è diventata, negli anni,
l’avanguardia della sperimentazione narrativa. Fincher sembra esserne
pienamente cosciente, dopo l’esperienza registica e produttiva di House of Cards (Netfix, dal 2013), e Gone Girl si concede, così, un’ulteriore
ibridazione tra cinema e televisione all’interno del già affollato apparato
referenziale offerto allo spettatore.
Ed è
nell’amalgama delle sue componenti che il film si trasforma da tragedia
individuale vissuta collettivamente e da ossessione personale mascherata da
ripicca psicotica in duello a distanza più o meno ravvicinata, e il complesso
della storia nell’episodio pilota ipotetico di tragedie future, lasciate nel
fuori-campo dell’immaginazione. Freddo e sarcastico come Kubrick nel ritratto
sociale, sebbene senza il suo filtro estetico straniante, empatico e viscerale
come un Bergman frullato da Tony Scott, Fincher propone, ancora una volta, un
film-cervello che sia immagine del suo protagonista e riflesso delle
distorsioni della sua percezione del mondo. Per accedere a questa visione interiore,
il regista la esteriorizza completamente e si fa cinefilo catodico per
esprimere una quotidianità semplice e complessa e in cui la ricerca della
felicità perde ogni connotato morale per diventare intrattenimento, egoistico
titillamento delle proprie personali perversioni, a volte assunte a guida di
vita. Vittima e carnefice si confondono e assecondano, si affrontano e
accordano stridendo, pur senza unisono se non nella volontà di sopraffazione e
di affermazione del proprio personale egocentrismo, risultante in un “mexican standoff” di periferia, senza
vincitori e con tutti vinti, mentre il sorriso (elemento ricorrente del film e
perfetta incarnazione televisiva) assume ogni valenza e sfumatura plausibile
dell’odio o dell’amore, contemporaneamente.