Bryan Singer torna alle redini
della saga cinematografica dei mutanti, co-prodotta dalla Marvel ma controllata
dalla Fox. E, in effetti, il senso del film e dell’intera operazione sembra
costituire e mettere in scena la riappropriazione da parte del regista
dell’intera cronaca mutante. In questo senso il film è un’opera d’autore poiché
il regista offre nel racconto una mise en
abîme della presa di possesso da parte del regista della stessa materia che
compone la narrazione; e non mancano tocchi cinéphile
come acconciare e vestire la seduttiva Mystica del 1972 come la Schneider di Ultimo Tango in una scena ambientata a
Parigi, o giocare à la Zemekis nell’incrociare storia e finzione per rileggere la
prima con gli occhi della seconda (Ritorno al Futuro, ma già 1964: Allarme a New York, arrivano i Beatles),
oppure far vedere il volto in tv del Capitano Kirk dell’originario Star Trek all’interno di un film che,
nel suo complesso, cita l’apparato narrativo e l’impalcatura strategica del reboot di Abrams (Star Trek: Il Futuro ha inizio).
Nel riappropriarsi degli X-Men,
sia nella versione originale che nella nuova declinazione giovanile, Singer non
solo inserisce elementi di immediata riconoscibilità ma crea, pur appoggiandosi
alla trama del fumetto omonimo, un palinsesto all’interno del quale viene
sabotata la linea narrativa precedente e, grazie al paradosso temporale, viene
creata una nuova struttura in via di definizione, da ricostruire personalmente
e in piena autosufficienza. Questo X-Men,
in effetti, non è che un plagio di Star
Trek funzionale alla messa in luce dell’autonomia autorale di Singer stesso
che, così, offre, letteralmente, un “re-make” degli episodi precedenti
destrutturandoli e ricomponendoli secondo una nuova logica più funzionale ai
propri intenti.
Purtroppo la costruzione di una
inedita continuity porta alla
mancanza di tasselli fondamentali di congiunzione di tutte le linee narrative.
Se il presente degli X-Men si era interrotto con il terzo capitolo (Scontro finale), firmato da Brett Ratner
(e il passaggio attraverso Wolverine:
L’immortale di Mangold), con una serie di tragici decessi e sacrifici tra i
mutanti, questa nuova pellicola si apre con un salto in avanti di mezzo secolo,
con nuovi mutanti giovani e l’immutabilità degli altri. Logan non invecchia
grazie al fattore di guarigione, ma gli altri dovrebbero sentire il peso degli
anni e almeno mostrarlo sui volti.
Il futuro apocalittico dovuto
all’introduzione delle Sentinelle, cacciatori robotici del gene X, riecheggia
volutamente, allargandone la scala ad un Armageddon planetario, la persecuzione
nazista degli ebrei (e, in senso lato, di ogni diversità), fulcro e punto di
origine del primo X-Men (poi ripreso
in Origins) e delle motivazioni di
Magneto, ponendo così già in incipit
la sigla di Singer. Ma di questi eventi passati si viene aggiornati quasi
solamente a parole.
Anche il seguito di X-Men: Origins trova una prosecuzione
nel film con la linea temporale retrodatata, spostata adesso dagli Anni 60 ai
70 e un salto di numerosi eventi. I quali, ancora, vengono solo raccontati pur
essendo di grande importanza e interesse: il massacro dei mutati assenti nel
prosieguo (nominati ma non mostrati, oppure non vagamente allusi), la perdita
dell’uso delle gambe di Xavier, il controllo delle metamorfosi della Bestia o
la creazione e il fallimento della scuola per “giovani di talento”. Sembra
mancare all’appello un intero film tra Origins
e questo o, almeno, una transizione inter-testuale su altri supporti (fumetti,
web o tv, com’è ormai consuetudine) poiché troppo viene dato per scontato. Così
come inspiegabili sono il ritorno dalla morte dell’anziano Xavier e il ritorno
delle lame di Wolverine, perse alla fine dell’Immortale.
L’attenzione sembra tutta
soltanto tesa alla costruzione del nuovo presente tanto che del ieri in via di
estinzione poco importa poiché tutto sarà rinarrato, in altri modi e in altri
luoghi, sconfessando soprattutto quel terzo capitolo apocrifo con la morte di
Fenice e l’eccessivo sfoltimento delle file dei mutanti, I personaggi più
rappresentativi, difatti, tornano sani al termine della pellicola come se
niente fosse stato, come se i racconti precedenti fossero stati soltanto attimi
di giorni di un passato senza futuro poiché riscritto nel film e dal suo nuovo
autore, ormai indubbio padrone della materia e del materiale preesistente,
cancellato e corretto con un tratto di penna.
Il ritorno al timone di Singer
porta al sacrificio dell’ironia consapevole introdotta da Vaughn in X-Men: Origins col continuo gioco tra
allusione e convenzione, nell’eco ironica dei Bond d’antan sostituita da riferimenti ai Seventies (già molto presenti al cinema contemporaneo: American Hustle ad esempio) di impianto
televisivo (Starsky & Hutch et
similia). Ma, soprattutto, il film soffre della principale pecca delle trame riguardanti i
mutanti classici, incapaci di uscire dalla stagnazione imposta dalla
contrapposizione tra Xavier e Magneto, nel dissidio tra convivenza e
annientamento tra homo sapiens e superior, con Erik sempre sibillino e
infido e i campi avversi di mutanti dissidenti, mentre le motivazioni personali
dei singoli personaggi (spesso troppo numerosi per poter riempire lo schermo
senza però riempire il racconto) finiscono per essere sottintese se non eluse.
Con un’ottima resa della
stereoscopia, pur integrata a posteriori, X-Men:
Giorni di un futuro passato è, infine, un buon film d’azione,
narrativamente però confuso e, soprattutto, un tassello del passaggio di
testimone a Singer dell’intera vicenda mutante che cancella il passato
inappropriato e riscrive il futuro più conveninete. Inoltre vi si prospetta - dopo i titoli di coda - l’arrivo del
meta-mutante Apocalisse e si promette il ritorno delle vecchie glorie in nuovi
capitoli e diverse prospettive che gli spettatori, come il Logan risvegliatosi
dopo lo iato straniante del viaggio temporale, devono solo aspettare che venga
loro raccontato.