Inizia come le altre pellicole della saga anche Rogue One, con un campo lungo stellare e
una panoramica verso un pianeta ad incipit
della narrazione, ma il film di Edwards non è soltanto il primo esperimento
cinematografico non facente parte integrante di uno dei trittici attraverso cui
si sviluppa la storia della famiglia Skywalker perché offre, soprattutto, una
prospettiva inedita sull’universo espanso di Star Wars.
Molti elementi tipici e rappresentativi di Guerre Stellari vengono mantenuti,
seppure variati di intensità e segno, come la definizione dei membri della
Resistenza, molto più compromessi con la difficoltà della guerra clandestina e
delle scelte morali inerenti alla ricerca di una vittoria a tutti i costi. O
come il droide d’accompagnamento K-2SO, spalla indispensabile dell’azione ma
non più figura di mero alleggerimento comico, bensì sguardo cinico e dolente
delle distruzioni in atto e in cui la meccanicità del corpo stride con la
sofferenza dello sguardo e delle parole. Tutti i componenti del canone di Guerre Stellari sono infatti virati
drammaticamente, come l’iconografia di Darth Vader, sempre inquietante,
recuperata mostrando adesso il personaggio mostrato all’opera sia nelle vesti
di stregone maligno che di Jedi dedito al lato oscuro, capace di sfruttare con
fatale facilità le doti telecinetiche quanto quelle guerriere. O la stessa
Morte Nera, il cui imponente gigantismo appare ora maggiormente evidente nella
nuova prospettiva delle inquadrature, mentre la sua potenza distruttrice viene
mostrata all’opera con grafica concretezza; gli effetti dell’impatto del raggio
del planetoide imperiale su mondi e esseri viventi, dove provocano una
devastazione non dissimile da un’esplosione atomica elevata in potenza,
imprimono una nuova drammaticità ad eventi già raccontati e giustifica, senza
ulteriori argomentazioni, l’affannosa e disperata ricerca della alleanza
ribelle nel distruggere il vascello nemico, sì da ridare significato al
sottotitolo aggiunto al primo capitolo cinematografico, Una nuova speranza.
Perché, effettivamente, la speranza diventa l’unica
ragione di vita e di consapevole morte per eroi destinati all’oblio, ad un
sacrifico di cui solo gli effetti saranno imperituri, non la fama postuma da
milite ignoto. Ed è nella scelta di un forte realismo una delle chiavi di
approccio inedito al canovaccio della saga di Lucas che imprime alle immagini
un’indiscutibile credibilità drammatica e una diversa empatia rispetto alle
precedenti realizzazioni. Questa qualità, tipica delle regie di Edwards, si
riallaccia a una fantascienza che ripercorre criticamente l’attualità pur senza
rinunciare allo spettacolo (come l’intera filmografia di Neill Blomkamp) e che
rielabora il fantastico in chiave contemporanea sia nelle invasioni
territoriali di Monsters che nelle
conseguenze dell’impatto umano sull’ambiente di Godzilla. Non è allora difficile vedere assonanze col presente
nella guerra sporca dei ribelli, che diventa guerriglia urbana in paesaggi dalle
caratteristiche mediorientali, con dovizia di danni collaterali e di attacchi
kamikaze, o nelle discutibili missioni di assassinii premeditati perpetrati per
una più giusta causa. Oppure ritrovare anche solo un monito nell’utilizzo di
una deflagrante potenza distruttrice come quella della fusione atomica. In
questa rappresentazione veritiera di un ambito fantastico si iscrive anche la
battaglia sugli atolli paradisiaci dell’insediamento imperiale, che rimanda al
filone bellico americano di ambientazione vietnamita, passando per La sottile linea rossa, e per un biasimo
della guerra in senso lato.
Cronologicamente posto a ridosso degli eventi del
primo film (ovvero del IV capitolo, di cui è, quindi, tecnicamente un prequel), Rogue One fa da cerniera tra le due trilogie iniziali
riallacciandosi al finale del III volume (con la caduta della Repubblica e la
trasformazione fisica di Annakin sul pianeta di lava) e fornendo le premesse
dell’esordio della successiva. Perfettamente integrato nella continuity della saga stellare, il film
si propone pertanto come anello di congiunzione tra passato e presente sia
stilistico che narrativo quaanto temporale, ripercorrendo una struttura di
racconto classica declinata in modo nuovo e quasi naturalistico (anche per la
pervasività mimetica degli effetti speciali), rinunciando a qualsiasi variante
fumettistica di eventi o figure. In questo senso, pur rientrando a pieno titolo
come elemento coordinato dell’ambito del racconto già fatto, Rogue One opera uno scardinamento,
coerente e moderno, delle prospettive, grafiche quanto narrative, delle
pellicole note, offrendo una declinazione disperatamente drammatica di
personaggi senza futuro in un contesto permeato da rimandi ad un tempo,
anteriore o posteriore, storicizzato dalle altre e già note cronache della
galassia.
Se la componente familiare rimane il fulcro delle
motivazioni dell’eroina, la ricerca del padre si fa immersione nella scelta del
genitore dell’ambiguità di un collaborazionismo colpevole, che si giustifica
come difesa degli affetti rimasti, pur nel lavorio segreto delle colpe e del
tradimento degli ideali, che sfocia nel tentativo disperato di inoculare un
vaccino mortale alla propria opera maligna per salvaguardare il senso di un sacrificio
personale, morale quanto fisico. Ed è, in effetti, un film sulla scelta che
definisce il senso di un’esistenza, sull’opzione da prendere per raggiungere
uno scopo, maggiore o migliore di se, sul sacrificio come unica e ultima
possibilità di redenzione. Non c’è allegria in Rogue One, ma una visione disincantata (sebbene marginale) dell’impianto
drammaturgico di Star Wars.
Nell’elegia antiretorica dell’eroe solitario e
martire, il film spazia con disinvoltura tra la riesumazione di attori
trapassati, personaggi recuperati, figure reiterate e allusioni necessarie,
ricavandosi comunque uno spazio di novità e di intransigenza autoriale del
tutto innovativo.
benché le scene di battaglia iniziali del VII capitolo
(debitrici di un irrisolto antefatto nell’introduzione dei personaggi dei
ribelli) avessero già un vigore realistico fino a quel momento inedito, e un
certo sviluppo drammatico venisse poi confermato dal sacrificio di uno dei
personaggi più carismatici della serie, nemmeno Abrams aveva osato spingersi
oltre iniziando la terza trilogia, nella sua volontà di omaggiare il passato e
di attenersi al canone perseguendone la continuità. Ma, in fondo, tutte le
storie di Guerre Stellari sono
racconti di un’ossessione: per il potere, per l’amore stesso, per la famiglia,
per la libertà, per il passato, per una narrazione antecedente, per una visione
coerente di un universo espanso in cui è facile naufragare; in questo mare di
scogli la zattera di Rogue One si barcamena
la con semplice veemenza e amarezza di un bel film che si cerca e trova un’identità.