Nasce come un thriller
classico Split, con il rapimento di
tre studentesse dopo una festa di compleanno. Segregate in una spoglia stanza,
le ragazze cercano di sviluppare una strategia di sopravvivenza a quella che
sembra la minaccia di un folle disturbato. Ma i problemi del rapitore sono di
diversa natura e, in seguito, il film si caratterizza aggiungendo il punto di
vista del criminale, affetto però da personalità multipla e in cura da
un’attenta e avanguardistica terapeuta. La narrazione si differenzia quindi,
mostrando il dramma del segregato, con le ragazze impaurite, così come il
dilemma del sequestratore, soggetto però anche alla confisca del proprio corpo
da parte di una o più delle personalità dominanti che mettono le altre, più
mansuete, a tacere. Non sono così solo i punti di vista di rapitore e rapito a
succedersi, ma una miriade di sguardi, moltiplicati poi dai mezzi di
sorveglianza elettronica con cui i soggetti vengono ripresi o i video-diari
registrati in cui le diverse individualità si confessano e rimangono in
competizione, a cui si aggiunge lo sguardo clemente ma scettico dell’analista
e, infine, i flash-back dei
protagonisti con le memorie personali ricostruite.
Omaggiando De Palma e i
suoi Vestito per uccidere e Doppia personalità, Shymalan bypassa la propria
consueta reverenza verso Hitchcock citandone l’emulo più ossessionato e
consapevole. Rimangono inquadrature da un vano scale in legno che fanno pensare
a Psyco, già matrice di Dressed to Kill, e un certo gusto per il
travestitismo omicida comune ad entrambi quei film, mentre l’interprete della
psichiatra, Betty Buckley, già presente in Carrie,
era anche tra gli attori di E venne il
giorno. Con questo film, dopo insuccessi (L’ultimo dominatore dell’aria) e insapori film commissionati (After Earth), il regista torna ad un uso
consapevole del mezzo cinematografico con inquadrature calcolate (spesso
simmetriche, ad addolcire la confusione mentale del personaggio principale) e
una freddezza della messinscena che lo caratterizzano sin dagli esordi e lo
avvicina a quei due modelli di cinema esteriorizzato in cui la regia diventa
non la registrazione del reale bensì la subordinazione di una realtà al
significato da comunicare; Hitchcock e De Palma sono, infatti, in maniera
diversa, dei registi espressionisti, la cui personalità fa da filtro ad ogni
lettura del mondo imponendo un punto di vista tramite una vorticosa maestria
tecnica.
Ed è proprio agli esordi
della sua carriera che rimanda l’ultimo film di Shymalan, e Split, nel suo complesso, è una
manipolazione del punto di vista, un inganno che recupera quel meccanismo
tipico dei lavori migliori del regista che disvelavano un’altra verità alla
fine, obbligando lo spettatore ad una rilettura di tutte le informazioni
fornitegli da rileggere, quindi, in forma nuova alla luce del colpo di scena
della rivelazione conclusiva, imponendo un diverso punto di vista con
un’inedita prospettiva. Così Split,
dopo aver indirizzato la narrazione verso un racconto di rapimento senza
riscatto, si trasforma in horror con punte slasher
(con l’eliminazione selvaggia e progressiva della vittime segregate), per
rivelarsi infine come il lungo prologo introduttivo di un nuovo personaggio,
chiamato prima la Bestia
poi l’Orda, un Übermensch che
riunisce in sé, potenziate fisicamente, le caratteristiche fuse di tutte le
personalità del suo corpo ospite. Questo novello Hyde senza infuso magico, è la
futura nemesi di un vero supereroe, emerso nel secondo film di successo del
regista, Unbreakable, e interpretato
da Bruce Willis. L’attore fa infatti capolino al termine di un film che non è
né thriller adolescenziale, né trattato psicanalitico ma che slitta sul piano
del fantastico con un personaggio fuori misura. E questi, come insegnano i
fumetti, necessita, pertanto, di un adeguato antagonista, debitamente
(re)introdotto nella scena finale.
In Unbreakable i riferimenti all’universo Marvel erano talmente
evidenti da essere la motivazione del cattivo di turno, l’Uomo di vetro (di
Samuel L. Jackson) talmente fragile da non potersi muovere e opposto ad un eroe
svogliato che si scopre dotato di forza e resistenza a tutto. Tra Hulk e Hyde, l’Orda
di Split già nel nome evoca però soprattutto
Legion, il mutante figlio del Professor Xavier (peraltro incarnato dallo stesso
McAvoy nella versione Origins dei
mutanti Marvel) e portato quest’anno sui teleschermi nell’omonima e lisergica
miniserie, dotato di molteplici personalità e a tendenza psicotica, dai poteri
cangianti a seconda dell’identità prevalente. Se le sue soggettività sono
legione, l’orda, con le sue 24 individualità ne diventa un plateale sinonimo, e
la struttura combinata dei due film propone la creazione di un para-universo
Marvel ad uso e consumo del regista di Philadelphia che, difatti, ha in
cantiere Glass, un terzo capitolo in
cui i personaggi, ormai, definiti si scontreranno come in ogni fumetto supereroistico
che si rispetti come nemesi reciproca.
Ogni film è (o potrebbe
essere) la cronaca di un punto di vista e in Split, come già recita il titolo, ogni soggettività è schizzata ed
esplosa in numerosi altre, concorrenti con quella del corpo contenitore, su una
trama di emersione della supremazia di mutanti, uomini più evoluti ma mai
apertamente citati per copyright
esclusivo Fox. Anche in questa dialettica tra convivenza o concorrenza con gli
umani, il film replica le posizioni Marvel incarnate da Magneto e da Xavier,
con un’accezione pacifista avversa ad una antagonistica sul predominio del
mondo e l’eventualità della supremazia dei superuomini.
Split rientra nel ritrovamento delle proprie radici registiche da
parte di Shymalan dopo il recupero di tematiche e tecniche a lui più consone
attraverso l’horror a basso budget di Devil,
da lui scritto e prodotto, e di The Visit.
Nella ricerca di un huis-clos asfissiante
e nella concentrazione narrativa su pochi protagonisti, Shymalan prosegue qui quanto
già sperimentato nei due precedenti film, con ambienti chiusi e il gioco al
massacro tipico del genere, a cui aveva già associato la devianza mentale e
l’abuso di un’identità altrui. In Devil
faceva anche ampio uso della video sorveglianza per carpire la verità
inespressa a parole ma mostrata dalle immagini registrate, mentre in The Visit la tecnica delle riprese
amatoriali a mano, tipica del found-footage
di tanti horror contemporanei, si trasformava nella prevalenza della soggettiva
all’interno di una narrazione in corso che si trasformava, suo malgrado, in un
altro film nel film, dal racconto di una parentela negata al resoconto di una
caduta nel terrore.
In Split, al di là dell’interessante ma ripetitivo passaggio da una personalità
all’altra all’interno di Orda e del conseguente tour de force virtuosistico dell’interprete, il regista segue le
vicende di altri protagonisti, due donne solitarie per scelta, marginali e
forse emarginate, attraverso cui la macchina da presa mostra un punto di vista
esterno sulla vicenda principale, fornendo allo spettatore il veicolo ideale per
addentrarsi nella mente dell’omicida e, come diceva Hitchcock,. “areare” il
film con scene in esterni mentre prosegue lo scavo del mistero della natura di
quel cervelo eo corpo affollati.
Inoltre, l’espediente
permette di mettere in parallelo lo psicopatico e la vittima, entrambi abusati
da piccoli e segnati da un dolore mai dimenticato, sopito da uno spirito di
sopravvivenza che si traduce nella molteplicità delle identità per l’uomo e
nella radicalizzazione di una propria unicità nella ragazza, solitaria
consapevole e scrupolosa interprete dei segnali ambientali. Se l’Orda vuole
riscrivere il mondo a sua immagine e si potenzia nutrendosi, letteralmente,
degli altri, la ragazza vuole soltanto sfuggire al mondo, circostanza che, in
seconda istanza, nella dinamica del film si traduce nel fuggire dal proprio
carnefice, sebbene motivata da un medesimo senso di rivalsa. Questa divergenza
di atteggiamento e reazione ad un analogo trauma subito in età infantile, a sua
volta replica le tentazioni e le attitudini dei due protagonisti originari di Unbreakable, rifuggire alla società e
fare l’eroe solo sotto mentite spoglie oppure creare il caos per far emergere
le peculiarità degli esseri superiori. Sono divergenti punti di vista, mentre
il film che li offre allo spettatore, è, inevitabilmente, il punto di vista di
un regista che si vuole anche autore.