Dopo il reboot di Abrams e l’avvio della nuova
trilogia, intrinsecamente legata a quella originale del capitolo IV, il nuovo
film di Guerre Stellari recupera la
patina nostalgica già foggiata dal nuovo inizio senza però ripeterne il ritmo
indiavolato. Si tratta, in effetti, di una pausa di riflessione che, pur
portando avanti la narrazione intrapresa dal creatore di Lost, ridefinisce il mito centrale alla saga di Lucas e lo porta
verso orizzonti nuovi. Inizia, infatti, qui il distacco dalle vicende della
famiglia Skywalker e l’abbrivio di una nuova prospettiva, con la diffusione e
democratizzazione del mito dei Jedi, che diventa, quasi
metacinematograficamente, lo stimolo della Ribellione così come della narrazione
dei film, presenti e futuri (una nuova trilogia a guida Johnson, senza i
personaggi originali).
Ed è un film stranamente statico che Rian Johnson
mette in scena, con due nuclei narrativi fondamentali e uno di collegamento:
l’educazione ai modi Jedi di Rey da parte del reticente Luke nell’isola
santuario, complicata dalla connessione sempre più marcata della ragazza con
Ben Solo/Kylo Ren, e la conseguente tensione e attrazione reciproca continua
tra i due lati della Forza; il film, d’altro canto, racconta anche la fuga, in
stile Battlestar Galactica (che era
soltanto un modesto emulo televisivo dei fasti cinematografici del primo film
alla fine dei 70, prima di evolversi in un affascinate e complesso rifacimento
negli anni 2000), degli ultimi esponenti della Resistenza al Primo Ordine, tra
cui il Generale Organa, e dei loro disperati tentativi di eliminare i più
potenti inseguitori. In questa porzione di racconto, la pellicola sembra aver
ereditato il pessimismo dell’ottimo primo film accessorio, Rogue One, spin-off
retrodatato facente parte dell’universo narrativo canonico complessivo di Star Wars, con la necessità del
sacrificio personale per il bene comune come ultima (e unica) arma residua di
resistenza e resilienza all’oppressore. Tra i due poli si dimena l’avventura di
Finn alla ricerca di un Macguffin, nella fattispecie una persona capace di
disattivare gli scudi delle navi nemiche per ingannarne i sensori e permettere
ai partigiani rimasti di fuggire via. Le tre sezioni narrative, alternate come
in una soap opera le cui vicende si
svolgono in contemporanea, confluiscono infine sul medesimo pianeta, dove si
sono asserragliati i pochi sopravvissuti della Resistenza.
Decimati nel numero, i ribelli si scoprono potenziati
nel mito grazie all’immolazione di molti. Lo spirito di Dunkirk, del film e dell’evento storico da esso celebrato, sembra
rievocato da un finale triste ma non tragico, con la prospettiva di una “nuova
speranza” e di un nuovo inizio che, forse, ribalterà le sorti sinora infauste
della guerra. Nel sottofinale “morale”, infatti, alcuni bambini, parte di un
sottoproletariato di orfani perduti su pianeti capitalistici arricchitesi con
la vendita delle armi, giocano a fare i Jedi inscenando duelli con finte spade
laser come i piccoli spettatori dei film, in una mimesi quasi perfetta tra
finzione e realtà.
Con una valenza quasi progressista (il cui significato
è amplificato per contrasto dalla presidenza Trump), il film si schiera con i
più umili, con la speranza ispirata ai fanciulli e con una democratizzazione
della mitologia di base della saga. Se da una parte si manifesta finalmente la
Forza - che è “potente nella famiglia Skywalker” - in Leia, non solo sensibile
ai mutamenti nell’equilibrio globale (si è sempre accorta della morte di chi
ama, anche da lontano) ma ormai anche capace di muovere e di riorganizzare gli
elementi fisici (con un “volo da strega” nel vuoto siderale, un po’ stonato a
dire il vero), dall’altra si assiste al tramonto dei Jedi come religione, con
la distruzione dei suoi riti e testi sacri come dei suoi ultimi sacerdoti
ufficiali, e la sua parallela diffusione come motore immobile della ribellione
al nuovo ordine para-imperiale.
Questo passaggio da religione a leggenda (non però dissimile
dallo status dei Jedi già nel capitolo IV) comporta una secolarizzazione del culto,
non più esclusivo e riservato ad una casta di eletti (per lo più uomini) per
formazione o per eredità, e la sua diffusione tra esponenti apparentemente
“indegni”, nell’ottica di Kylo. Rey, difatti, si scopre non imparentata con gli
Skywalker, come tutto (soprattutto gli altri film) lasciava presagire, sebbene
anche in lei la Forza sia prepotente.
Con la progressiva perdita dei protagonisti originali,
la narrazione si sposta verso il “basso”, all’incontro di fasce di popolazione
della galassia non nobilitate da vera parentela con i personaggi noti (e,
specularmente, verso una rinnovata generazione di spettatori). Anzi, il
retaggio familiare si traduce in trauma psicologico e in condizionamento, come
nel caso del figlio di Leia e Han, patologicamente attaccato alla stirpe e
votato al male tramite anche – almeno fino a questo film - la “maschera” evocativa
di nonno Vader. E anche l’altro nuovo protagonista Finn, come sottolinea il
Capitano Phasma nel momento del confronto diretto, altro non è che un numero,
un piccolo Stormtrooper ribelle per caso, senza nome né storia.
La caratteristica di quasi immobilità della narrazione
si evidenzia anche nel ricorso prolungato della trama alla ‘realtà virtuale
Jedi’, alla proiezione di un ologramma mentale a distanza con cui i personaggi
interagiscono e comunicano. Il dibattito e la reciproca scoperta di Rey e Kylo,
la visibilità, concreta fin quasi al contatto fisico, dei loro corpi (promossa per
perversi fini dall’aspirante neo-imperatore Snoke) permette di riunire i due
filoni del racconto in uno spazio e tempo interlocutori, sospesi dall’azione
stessa pur facendone parte integrante, come una parentesi di sospensione. E il
principio della trasmissione del pensiero concreto torna nel finale, con
l’intervento, mistico e reale, di Luke nel conflitto e nella conseguente
sconfitta del nipote, con cui l’eroe si sposta poi, definitivamente, sul piano astrale
tipico dei Jedi andati.
Il film, quindi, sembra definire una tipologia di
racconto astratto dal contesto, un prolungato momento di sospensione e
distrazione dall’azione e dagli eventi, a cui si affiancano anche i flash-back che punteggiano (e integrano)
il resoconto del passato da parte dei protagonisti (la conversione di Luke e
Kylo sull’isola, uno verso la negazione della Forza, l’altro verso il suo lato
oscuro), o come la visione di Rey moltiplicata all’infinito (a significare, forse,
che lei stessa è la sua unica eredità, pregressa e futura), episodi che
interrompono il mero proseguire degli eventi in pause di riflessione e di
ricapitolazione, come se la saga dovesse ripensare se stessa per proseguire
verso nuove potenzialità, o annullarsi per poter rinascere, come hanno
insegnato i Jedi con Obi Wan sin dal capitolo introduttivo.
Del resto l’ologramma primigenio, quello di Leia in
cerca di soccorso proiettato dal R3-D2 al giovane Skywalker, viene ripetuto e
mostrato dallo stesso droide al medesimo eroe, ormai anziano Jedi (questi lo
considera un colpo basso), per spronarlo, di nuovo, ad agire, riattivando, in
replica degradata, quella scena fondamentale all’edificio della saga stellare,
per far ripartire, sulle stesse basi, il moderno racconto, con Luke novello
Kenobi e un confronto fatale con il malefico nemico oscuro. Ma, qui, lo scontro
avverrà a distanza, ipotetico e potenziale sul piano dell’azione, quanto
consistente e solido negli effetti, ribadendo anche la valenza meta-narrativa e
teorica della pellicola.
Se Abrams aveva rinnovato la nostalgia della saga
stellare con il vecchio cast e il rispetto della matrice, Johnson, pur
mostrandosi più avvezzo all’uso di animaletti in funzione di alleggerimento e
intenerimento e ripetendo ancora l’espediente dell’attacco singolo alla nave
nemica, porta il capitolo VIII in opposizione totale al simmetrico secondo opus della trilogia originale. Se vi si
rivelava l’ingombrante eredità di Luke e Leia (“Io sono tuo padre”), qui si
afferma l’inconsistenza del retaggio di Rey; in quel film Luke imparava da Yoda
la via della Forza, che lo stesso qui adesso rinnega (e l’antico maestro, in
un’apparizione spettrale, sembra dargli man forte) pur educando la nuova
allieva; la battaglia sul pianeta di sale somiglia, per la semplice prevalenza
del colore bianco, a quella sul mondo gelato del capitolo V, spostata però dall’inizio
alla fine del film. In entrambi i casi, inoltre, si assiste al tradimento da
parte di un apparente alleato per mere ragioni economiche e ad una situazione
di stallo tra luce ed ombra, con la seduzione da parte del lato oscuro
dell’aspirante Jedi.
Il ritorno alla regia di JJ Abrams (rimasto comunque
alle redini della produzione) per il tomo conclusivo della terza trilogia
dovrebbe dare continuità alla svolta impressa e marcare definitivamente il
passaggio generazionale tra vecchi e nuovi personaggi ed interpreti, nella
fedeltà alla tradizione ma nell’ottica e prospettiva del rinnovamento, nella
fiducia totale, grafica quanto mitopietica, del mezzo cinematografico per
allontanare anche il rischio che la componente teorica sovrasti la qualità
meramente visiva e narrativa della fabula e far sì che la Forza del mito
rimanga inalterata.